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20 dicembre 2015

Catania, progetto di rigenerazione urbana del quartiere San Berillo

Catania, progetto di rigenerazione urbana del quartiere San Berillo

Il quartiere San Berillo nasce nel settecento, alternativo agli assi ortogonali della ricostruzione post sisma 1693, oltre il bastione San Michele e fra le lave dell'eruzione dell'806. A questi deve l'irregolarità del suo impianto. Confinato ad ovest dalle mura e a sud dal quartiere portuale, cresce in direzione della costa. Pregevoli esempi di edilizia settecentesca si riscontrano a ridosso del bastione e fino a via delle Finanze, insieme ad opifici e case di edilizia subalterna che nell'800 saturarono l'espansione verso la costa che, negli ultimi decenni, venne cinta dalla ferrovia. Nel quartiere attuale, e nella parte demolita era insediata una società mista di popolo e borghesia. La presenza di parrocchie, opifici, mercati, esercizi commerciali, stamperie, teatri e bordelli ne caratterizzava la vita e l'economia.
L'attuale quartiere è quel che rimane dalla demolizione del 1960(1). Mantenerne i caratteri architettonici omogenei sette-ottocenteschi e il tessuto urbano caratterizzato da vicoli, slarghi e scorci, diversamente da quello che potrebbe farsi in più estesi tessuti urbani storici già ibridati dall'edilizia di sostituzione, può essere un modo per associare le ragioni culturali della conservazione (storiche, artistiche, sociali) con l'inserimento di altre funzioni.

Il confine del quartiere è immateriale, a parte le evidenti discontinuità determinate dallo sventramento degli anni '60. È una difesa che contiene la decadente città fisica che, come una barriera corallina, è stata nel tempo variamente occupata. Abitanti, piccoli commercianti e artigiani, convivono con immigrati africani che, in dialetto locale con alterni esiti, si relazionano con prostitute e transessuali, parti ormai della stessa storia. Sebbene in passato combattuta, la presenza di prostitute anche immigrate nel quartiere o nelle sue più discrete e lussuose propaggini (via S. Giuliano, via Crociferi) ha sin dalla sua nascita rappresentato per la città una risorsa di scambi culturali e affettivi.

Oggi il quartiere, che si trova stretto fra la zona portuale di prossimo sviluppo turistico e la prevista zona di riedificazione di viale dei Martiri, dovrebbe, nelle attese di progettisti e amministratori, assolvere la connessione dei flussi turistici fra dette zone.

Ma forzare il collegamento con la città esterna, oltre alcuni necessari assi di attraversamento, comporterebbe la rapida omologazione del quartiere, che può essere considerato come "riserva culturale" di struttura urbana e comunità, agli usi ed alle forme della città circostante. Perdendo con ciò la complessità e le diversità che oggi lo distinguono.

Via delle Finanze è ad esempio un asse che, attraversando il quartiere, collega con piazza Teatro Massimo. Il flusso su tale via potrà lambire le traverse che da questa sono intersecate, e la relativa peculiarità sociale. L'impianto viario irregolare e geomorfico, sviluppatosi dal settecento fuori le mura cinquecentesche, a ridosso del bastione San Michele (via Biondi) è da considerare, insieme all'edilizia, un valore storico del quartiere, e come questa non modificabile e certamente da tutelare. Le variazioni di quota riscontrabili nella zona di piazza delle Belle derivano dalla morfologia della colata lavica che nell'806 d.C. interessò l'intera area del quartiere e che vediamo anche emergere come fondazione degli edifici in seguito al livellamento del piano stradale ottocentesco.

In termini legislativi la riqualificazione del quartiere non avverrà tramite piano di recupero ma in base alla classificazione prescrittiva dettata dalla Legge della Regione Siciliana sui centri storici del 2015.
Caso a parte sarebbero alcuni edifici, o parti di isolati, che parzialmente crollati lo scorso mese di novembre a causa delle piogge persistenti, perché mancanti di efficienti coperture, come prescritto dal codice dei Beni Culturali per evitarne la rovina, potrebbero ora, per le misure di sicurezza conseguenti la dichiarazione di "calamità naturale" essere demolite dando luogo a nuovi interventi edificatori.

La legge sui centri storici prevede uno "studio di dettaglio" in base al quale definire le varie categorie edilizie - qualificata, parzialmente qualificata (...) - che danno poi luogo a differenti regimi di tutela.
Tali prescrizioni saranno utili nella valutazione degli edifici danneggiati per evitare che provvedimenti dettati dall'emergenza distruggano definitivamente caratteri architettonici tutelati e dunque da tutelare anche in presenza di parziali danneggiamenti.
La chiusura delle strade che confinano con gli edifici danneggiati e sfollati prelude anche, oltre al progressivo deterioramento strutturale, ad un massivo intervento di borghesizzazione, con l'inserimento di classi sociali superiori, commercio, turismo, servizi a questi funzionali e arte urbana, secondo il modello di omologazione e istupidimento della "industria culturale" definita da Adorno nel 1942 e tipica dei parchi artistici urbani che tali consumi culturali generano e alimentano.

(1)Dopo il secondo dopoguerra, cogliendo "l'opportunità" offerta dai bombardamenti che avevano colpito il quartiere San Berillo, si concretizza la possibilità di un reale abbattimento del quartiere. Il piano regolatore di Piccinato indica la zona di San Berillo come da risanare. Nel 1950 si costituisce dunque la società ISTICA (Istituto immobiliare di Catania), l'arch. Brusa elabora un piano, motivato dalla necessità di rendere salubre un'area dai vicoli stretti e priva di infrastrutture. Il piano di risanamento del 1954 dell'Istituto immobiliare di Catania parla di un importante affollamento del quartiere, di coabitazione di più famiglie in un solo immobile, di povertà estrema e di carenze igienico -sanitarie. Ammette tuttavia che questa non è una condizione omogenea che caratterizza l'intero quartiere, e descrive come vi si trovino impianti produttivi, artigiani e case di recente fabbricazione. La densità comunque è alta, e i numeri non bastano a descrivere la situazione dell'affollamento che l'autore degli studi propedeutici al piano ritiene falsata dalla statistica a causa anche della presenza di case cosi dette "chiuse", che statisticamente segnalano la presenza di uno o due occupanti, a fronte di una notevole superficie. Il piano quindi prevede l'abbattimento totale del quartiere sia per ragioni sanitarie, sia per rispondere alle necessità di rappresentanza della città moderna, considerando il quartiere come un unicum dal punto di vista edilizio e urbanistico, caratterizzato soltanto da edilizia minore e comunque fatiscente. Come dimostrano le immagini dell'epoca questo non corrispondeva strettamente a verità, il quartiere infatti aveva caratteristiche eterogenee, e vedeva affiancarsi grandi palazzi borghesi con botteghe al piano terra, a case terrane ad una sola elevazione.

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Questo contributo editoriale è a cura di:

Arch. Aurelio Cantone
Arch. Barbara Di Gregorio, RARE Office, Visiting Tutor workshop Aretè
Ing. Claudia Gulino, Tesi-progetto su San Berillo, UniCt, Dipartimento di Ing. e Architettura.
Arch. Chiara La Spina, STUDIO RANDAZZO INGEGNERI E ARCHITETTI
Luigi Lipani, curatore archivio storico fotografico
Arch. Mariangela Marano, Tutor workshop Aretè - Fondazione Ordine Archh. Catania
Ing. Gaetano Randazzo, STUDIO RANDAZZO INGEGNERI E ARCHITETTI
Prof. Giovanni Salmeri, Storico, Ordinario presso l'Università di Pisa
Arch. Giulia Sanfilippo, Ricercatrice Laboratorio di Restauro, Università di Catania
Arch. Eliana Strano, Tutor workshop Aretè - Fondazione Ordine Archh. Catania

Foto e immagini di Eliana Strano e Mariangela Marano

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