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20 febbraio 2016

La città unica ed unitaria

La città unica ed unitaria

In occasione della tappa bolognese della mostra Vivere la città (2-28 febbraio 2016), abbiamo chiesto un contributo critico a Franco Purini, componente del Comitato Scientifico dell'ANCSA:

Negli ultimi trent'anni l'idea di centro storico, divenuta successivamente alla sua formulazione quella di centro storico-artistico, è profondamente cambiata. Come è noto essa è un'idea moderna, nata nel momento in cui, a seguito della rivoluzione industriale, la città europea ha visto crescere attorno al suo nucleo originario una cintura di quartieri periferici. La città è così diventata duplice nel momento stesso in cui tale duplicità generava un conflitto tra centro e periferia parallelo a quello tra città e campagna, che è durato per tutto il Novecento. Da una parte la città storica, costruita nel corso di secoli e a volte di millenni; dall'altra una nuova città cresciuta intervento per intervento, sia attraverso un piano, sia casualmente. Una città dal carattere sostanzialmente effimero, costantemente mutevole, destinata ad accogliere le industrie, i servizi, i nuovi insediamenti residenziali e alcune strutture per il tempo libero, pensate in prima istanza per la rigenerazione della forza lavoro, vale a dire della classe operaia.

Questi interventi urbani e architettonici erano concepiti sotto il segno di un'emergenza anch'essa duplice. Tale condizione, che in alcuni casi si è rivelata estrema, era infatti prodotta per un verso dall'urgenza di costruire in poco tempo un grande numero di abitazioni, per l'altro dalla necessità che ciò che si realizzava rispondesse a severi criteri economici, si ispirasse a un concetto di normalizzazione della produzione edilizia- un obiettivo che comportava una estesa e per molti versi artificiosa razionalizzazione delle fasi del progetto e della costruzione delle opere - e si esprimesse infine in tipologie rigidamente prescrittive. Il carattere dinamico e sperimentale della tipologia si riduceva così a previsione normalizzatrice di ordinamenti distributivi, con la conseguente negazione del ruolo conoscitivo e creativo della tipologia stessa in quanto formulazione della configurazione complessiva degli elementi dell'abitare. Configurazione nella quale era riassunta la storia della città con i suoi critici conflitti e i suoi accordi altrettanto ricorrenti.

L'opposizione tra il centro storico e la periferia si fondava prima di tutto su radicali differenze morfologiche e funzionali. Mentre il centro storico era fortemente stratificato nei suoi tracciati, sospesi tra la loro individualità e il loro concorrere alla definizione di una forma urbis riconoscibile; compatto nella sua spazialità, governata da un rapporto organico tra strade e piazze; perfettamente gerarchizzato nel rapporto tra tessuto ed edifici monumentali, la periferia si configurava come un insieme di parti urbane dal disegno discontinuo e indeterminato, privo di quella vitale dialettica tra espansioni e contrazioni spaziali, tra distanze e vicinanze tra gli elementi edilizi, tra aperture e chiusure delle visuali che fa dei centri storici altrettante entità uniche e irripetibili. Nella periferia al luogo si sostituiva l'atopia, ovvero il predominio di un costruire non radicato nel proprio sito, giocato tutto su regole insediative applicabili dovunque, sostenuto dal ricorso allo standard, uno strumento per valutare le aspettative prestazionali il quale, all'interno di una modernità architettonica considerata come effetto di un metodo, e quindi ritualizzata secondo protocolli analitici e operativi dall'articolazione meccanica e deterministica, aveva preso il posto della conoscenza tipologica, intesa come l'esito di una costante trasformazione dell?abitare e dei suoi elementi costitutivi.

Questa città nuova aveva trovato una sua definizione trattatistica nella Carta d'Atene, del 1933, che però diverrà operante solo nel secondo dopoguerra. In essa la città era divisa in funzioni precise, abitare, lavorare, circolare, divertirsi, alle quali corrispondevano zone diverse. Nella periferia delle città europee, ricostruite dopo le distruzioni belliche, questo manifesto urbano troverà un suo parziale compimento. Strutturalmente aperta, definita più dai vuoti che dai pieni, composta spesso secondo un semplice elenco di tipi edilizi, la periferia non trovava spazi di centralizzazione perché questi avrebbero riproposto una polarizzazione morfologica che poteva rievocare troppo da vicino il tessuto storico della città.

La relazione tra centro e periferia ha subìto nel corso del Novecento una serie di cambiamenti significativi. In molte città le abitudini di vita indotte dalla modernità hanno fatto sì che i loro centri storici fossero in gran parte abbandonati. L'automobile, la ricerca di modalità abitative più avanzate, nelle quali la presenza di garage, di ascensori, di servizi, di un maggiore soleggiamento e di verde fosse più accentuata, hanno convinto molti abitanti a lasciare le loro case per trasferirsi in periferia. Ciò ha comportato per inciso che molte delle attività commerciali e artigianali, le quali costituivano per il centro ma non solo una determinante riserva economica, ma soprattutto l'ambito di una costante socializzazione, si spostassero nei centri periferici.

Questo processo si è però da tempo rovesciato. Molti di coloro che mezzo secolo fa avevano lasciato il centro storico sono tornati ad abitarlo all?interno di un processo di riappropriazione che ha coinvolto solo i ceti più abbienti, che oggi si ritrovano a vivere in un contesto più protetto, reso più accogliente dalla estesa pedonalizzazione, dalla ripresa di sofisticate attività commerciali, dalla rinnovata presenza di strutture per la cultura, a partire dai musei, che sono localizzati quasi sempre nelle aree centrali della città. Ciò che rimaneva nei centri storici della precedente compresenza di più classi sociali si è così praticamente dissolto. Ciò che rimaneva nei centri storici della precedente compresenza di più classi sociali si è così profondamente dissolto. Al contempo la stessa periferia è stata oggetto di trasformazioni decisive. Soprattutto la periferia storica è oggi considerata di fatto un?estensione dei tessuti antichi. Anche essa sta conoscendo oggi importanti processi di gentifrication, dotandosi di spazi adeguati a stili di vita mutuati da quelli delle classi sociali più agiate.

La condizione inizialmente oppositiva che è stata finora descritta si è fatta così nel tempo più un'apparenza che una realtà. In effetti le due componenti della città moderna e contemporanea, il suo nucleo originario e le sue espansioni, si sono progressivamente ibridate all'interno di un complesso processo di reciproca contaminazione. In sintesi tra il centro storico e la periferia si è verificata una osmosi che ha reso i confini tra le due realtà urbane sfumati e mutevoli. Ma c'è di più. Da un certo momento in poi la periferia è diventata talmente vasta da coincidere quasi con la totalità della città mentre si manifestava un fenomeno strutturalmente ancora più rilevante, vale a dire la consapevolezza che la periferia stessa era stata edificata su un sistema di tracce storiche, da strade antiche e tessiture agricole risalenti a epoche lontane, al cui interno ville e casali raccontavano di un mondo non definitivamente scomparso ma ancora vivo e operante. Tracce per le quali la periferia non doveva essere più considerata come qualcosa di atopico, ma al contrario come un susseguirsi di situazioni urbane le quali, malgrado il modello teorico dal quale discendevano, avevano per necessità dovuto trovare una loro continuità con ciò che le aveva precedute.

La città si è in questo modo riscoperta come una città unica e unitaria, una città giusta, ricordando le argomentazioni di Ugo Ischia, che fa delle proprie differenze non più un fattore di divisione ma al contrario un elemento di una nuova complessità, di una versatilità funzionale e formale in una vocazione socializzante più ampia e libera, in grado di offrire ai suoi abitanti maggiori opportunità di realizzare i loro progetti di vita.

Questo rispecchiamento del centro nella periferia e viceversa ha comportato una serie di conseguenze importanti. Le idee di conservazione, restauro, di tutela, di manutenzione, di riqualificazione e di rigenerazione urbana non riguardano più solo ciò che è autentico, coinvolgendo anche la città moderna e contemporanea. Anche quando ad esempio si parla di demolire e di ricostruire una parte della periferia la qualità che si richiede non è più quella dei soli manufatti né del loro insieme. Si pretende infatti che il tessuto edilizio nuovo sia in grado di esprimere la stessa capacità di memorizzare il tempo urbano nei suoi vari e spesso contrastanti aspetti che il nucleo originario possiede, una capacità strutturale e rappresentativa che si invera in una coinvolgente ed evolutiva pluritestualità. Simmetricamente il centro storico non è più qualcosa che va soltanto continuato ma che, nel momento stesso in cui viene salvaguardato nella sua identità tipo-morfologica attraverso specifiche modalità di intervento, deve trovare un suo spazio preciso nella contemporaneità della città. Non più semplicemente musealizzato, esso riscopre così la sua essenza vitale, la sua attitudine a svolgere ruoli diversi, a essere in qualche modo più moderno delle parti moderne della città.

Nella sua vita, che ha raggiunto ormai il quarto di secolo, una durata che è già entrata in dimensione storica, il Premio Gubbio ha non solo seguito ma anche sensibilmente orientato con le sue scelte l'evoluzione della città in Italia, in Europa e fuori dai confini continentali. In questo modo esso ha contribuito a conferire ai centri urbani che sono stati presenti nelle varie edizioni con i loro progetti e le loro realizzazioni una maggiore capacità di modificarsi in senso progressivo. Nel corso degli anni le esperienze precedenti entravano infatti a far parte di una sorta di grande trattato in evoluzione dal quale gli architetti, gli urbanisti, i paesaggisti, e anche le amministrazioni e gli abitanti della città hanno potuto ricavare, in un processo partecipativo, una serie di indicazioni e di soluzioni. Scorrendo i progetti vincitori e quelli menzionati e segnalati è possibile constatare quanto questa funzione interattiva del Premio Gubbio abbia inciso nel dibattito sul senso e sul destino delle città, oggi alle prese con la necessità di identificare, nell'ambigua compresenza di modernità e di contemporaneità, le strategie e le procedure più opportune e avanzate per far sì che il passato dal quale esse provengono sia in grado di agire positivamente sul loro futuro.


Foto LiberaLaMente - Flickr.com


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