Comunicati e Interventi

Pagina precedente

20 febbraio 2016

Il racconto urbano

Il racconto urbano

In occasione della tappa bolognese della mostra Vivere la città (2-28 febbraio 2016), abbiamo chiesto un contributo critico a Giorgio Piccinato, componente del Comitato Scientifico dell'ANCSA:

Le città vivono di racconti. Raccontare una città significa anche riconoscere la varietà delle narrazioni possibili e quindi degli autori di tali narrazioni. Esistono naturalmente delle tradizioni narrative - prima fra tutte quella veicolata dalle guide turistiche o dai saggi di storia urbana - ma non dobbiamo sorvolare sul fatto che altri linguaggi e altre forme espressive hanno affrontato il tema di questo racconto, spesso con maggiore autorevolezza e capacità comunicativa. Basti pensare alle arti visive - la fotografia e il cinema, in primo luogo - ma anche alla musica e alla danza: la città americana del Modern Jazz Quartet o quella europea di Pina Bausch. O, ancora, quella raccontata dagli urbanisti, attraverso le loro analisi e i loro progetti. Se poi il racconto riguarda la città storica altre ragioni e altri autori si aggiungono: quelli relativi alla supposta eccezionalità del caso e al peso simbolico che l'argomento ha acquistato da un paio di secoli a questa parte. È vero che il confronto con la città moderna è impietoso.

L'isolamento, delle funzioni e delle persone, posto in essere nel XX secolo, si è rivelato un rimedio disastroso: ha fatto il deserto in alcune ore del giorno, ha frantumato spazialmente oltre che temporalmente la giornata dell'uomo, ha prodotto spreco di spazi e infrastrutture, ha aumentato il disagio di vivere in città, portando solitudine e insicurezza. La nostalgia per il centro storico che sempre più si va diffondendo nasce anche di lì. Dal desiderio di piazze, portici e giardini pubblici, dove la gente possa godere della rappresentazione di sé stessa, incontrandosi, parlandosi, esibendosi. Dalla mancanza di luoghi dove mestieri, persone e gruppi si mescolano, si scoprono, interagiscono. Dalla ricchezza di segni distintivi dei luoghi e degli edifici, assenti nell'anonimato delle moderne periferie. 

Anche fra gli urbanisti qualcosa sta cambiando. Dopo la lunga stagione funzionalista, termini come incrementalismo, razionalità locale, dialogo sono diventate parole chiave nell?attuale dibattito sulla pianificazione. Studi di caso si susseguono a dimostrare che è possibile usare il sapere comune come uno straordinario strumento di pianificazione. Non solo aiuta ad ampliare la conoscenza degli esperti su ciò che gli archivi non documentano, come ciò che viene attraverso la storia orale, ma serve anche a diffondere coscienza del tema, cambiando i termini stessi del problema. Questo richiede un atteggiamento da parte del pianificatore che sia allo stesso tempo umile e curioso, in modo da trovare sostegno o adattare i suoi primi obiettivi.

Qui interviene la necessità dell'ascolto, come modo di entrare in contatto col narratore, appezzandone l'originalità e mettendola a frutto nella ricostruzione che il pianificatore si accinge a utilizzare. Ciò è tanto più vero nel caso dei centri storici, dove la compresenza di segmenti diversi della società, difficilmente può produrre un unico racconto. E considerando che il racconto del quale parliamo non è solo quello verbale, ma si manifesta in primo luogo attraverso i comportamenti, sarà opportuno costruire uno schema generale di riferimento per poterne valutare le varianti. Cerchiamo allora di osservare come la gente usi lo spazio della città. Riconosceremo diversi attori, portatori di racconti diversi e perciò agenti in modi diversi e talvolta fra loro in conflitto. Ciò perché ciascuno persegue i propri obiettivi, che non sono necessariamente comuni agli altri. È anche una faccenda di diritti, proprio perché la partecipazione, ove si voglia efficace, implica il riconoscimento dell'altro e dei suoi obiettivi. 

Se guardiamo con attenzione, noteremo che ci sono diversi gruppi, ognuno di loro con particolari obiettivi, che possono considerarsi portatori d'interessi legittimi nel centro storico: il loro racconto (quello reale, non la loro retorica) non sarà lo stesso.

Il primo gruppo è quello di coloro che abitano il centro storico perché ci sono nati. Questi, come tutti gli altri cittadini, si sforzano di migliorare il loro modo di vita. Desiderano ampliare le loro abitazioni e dotarle di tutte le comodità moderne, vogliono poter usare l'automobile e parcheggiarla senza divieti, insistono ad esercitare il loro mestiere e resistono alle intimazioni di sfratto di chi vorrebbe i loro locali per trasformarli in boutiques per i turisti. Questi sono portatori di un racconto che - se pur apparentemente tradizionale nell'attaccamento al luogo d'origine - comporta l'introduzione di modalità potenzialmente distruttive degli usi compatibili con la specifica spazialità dei centri storici. 

Il secondo gruppo è quello dei residenti, che non coincide necessariamente col primo, perché questi di vivere lì l'hanno scelto. I loro obiettivi sono infatti diversi: proprio l'assenza delle attrezzature (e dei fastidi) della modernità, e il più lento ritmo che ne deriva, sono ciò che li attrae. Saranno perciò in prima linea nell?opporsi alla cosiddetta "modernizzazione", alle automobili, alle trasformazioni edilizie: il loro racconto sarà venato di nostalgia per un tempo che comunque non è più. 

Il terzo gruppo è quello variegato degli utenti, gente che trae dal centro storico un vantaggio diretto: i negozianti alla moda, uffici e professionisti che reputano questa localizzazione un segno di distinzione, coloro che lavorano nel turismo. Poiché questi sono anche i maggiori produttori di ricchezza per la città, la forza dei loro argomenti rischia di essere incomparabilmente maggiore di quella degli altri. Questi, in modi diversi, ci raccontano di un centro storico ricco di potenzialità economiche - mai sufficientemente sfruttate - che vanno a riverberarsi sull'intera città. 

Poi vengono i turisti: noi li sappiamo ingannati, defraudati di troppa autenticità, irriconoscibile discendenza dei ricchi signori del Grand Tour settecentesco, fastidiosi e spesso volgari, fin troppo aderenti al linguaggio sprezzante che adoperiamo nel parlarne. Eppure sono quelli che, solo per visitare il centro storico, sopportano addirittura delle spese: il loro racconto, per quanto mistificato, contiene pur sempre accenti di verità nell'uso di immagini mentali universalmente adottate. Né dovremmo dimenticare che proprio fra loro si trovano quegli stranieri colti che ci hanno costretto a recuperare tanti luoghi che avevamo abbandonato, non comprendendone il valore. S'aggiungono a questi i pellegrini, poiché il turismo religioso è un segmento rilevante del turismo nelle città d'arte, ed è anche alle origini di tanto valore storico.  

Questi gruppi sono spesso in contrasto tra loro, ma tutti hanno in comune un qualche diritto di intervenire: in molte circostanze, ma soprattutto in situazioni di trasformazione sociale, gli obiettivi possono essere molto differenti. La scelta fra conservazione e sviluppo si può definire la madre di tutti i conflitti, ma se ne possono indicare molti altri, come il contrasto fra turismo di massa e turismo di élite, tra tradizione e modernità nelle scelte funzionali, e così via. Tutti i gruppi sviluppano le loro strategie, e usano il loro potere, che può essere elettorale (i residenti) o economico (i negozianti e tutti quelli legati all'attività turistica). Alleanze fra i vari gruppi sono possibili, ma rare. La più ovvia sarebbe quella fra i turisti e gli amatori d'arte, benché non tutti i turisti possano essere annoverati fra gli amatori d'arte, essendo piuttosto usati per costruire un turismo di massa: visitare Venezia non è che una gita all'interno del pacchetto "una settimana sulla spiaggia". 

E gli esperti (di solito accademici o funzionari pubblici) come agiscono? Loro non hanno potere, in termini numerici o economici, eppure godono di una grande attenzione, grazie al loro prestigio sociale. Insistono nell'affermare che la loro arma più potente è la ricerca scientifica: conoscere profondamente il passato e proteggerlo anche quando è poco noto (come per molti resti sotterranei) si trasforma spesso nella prova definitiva del primato degli esperti nel processo decisionale. Inoltre, a causa del loro ruolo nella società, hanno facile accesso alle politiche pubbliche, e tendono ad imporre la loro opinione con l'ausilio della legge. 

Tuttavia questo atteggiamento, in molti casi, risulta inefficace. La realtà è variegata: nei centri isolati ci può essere minore consapevolezza del proprio patrimonio storico, specie quando mancano monumenti di particolare richiamo e non vi sia che un tessuto urbano antico; nei centri più grandi e dinamici l'entusiasmo per lo sfruttamento economico può nascondere i limiti di una trasformazione ammissibile. Dovunque poi, più semplicemente, l'interesse pubblico può essere sopraffatto dall'avidità dei singoli. In tutti questi casi la legge è ignorata, schivata o male interpretata: i suoi rigori arrivano quando è troppo tardi, né è possibile applicarli su larga scala. 

Gli esperti sostengono che è necessaria più ricerca, allo scopo di identificare e valutare tutto il possibile patrimonio storico (e per impressionare una popolazione recalcitrante). È corretto l'approccio degli esperti? Quest'antiquato tipo di atteggiamento "problem solving" si basa sull'idea che nella società una singola causa provoca un singolo effetto. In questo quadro, analisi più approfondite sono necessarie per prevedere il modo in cui il sistema funzionerà. Questo significa, in primo luogo, analizzare le risorse, poiché il loro valore non può essere discusso, ma solo meglio apprezzato. Conoscere meglio le risorse porterà a sostenere misure più specifiche per la loro protezione. L'intero processo è basato sull'assunto che il sapere degli esperti vince su ogni altro, e che il problema principale è quello di spiegare e articolare questo stesso sapere. Le preferenze di altri gruppi sociali, volti verso diversi obiettivi, non sono presi in conto, perché la strategia degli esperti è di tipo argomentativo e disinteressata a negoziare quale che sia dei suoi obiettivi.

Si possono certamente trovare luoghi dove è stata applicata con successo una politica di conservazione, dove la vita scorre dolcemente (come siamo inclini a pensare fosse in passato, prima dell'avvento della macchina) e i vecchi edifici sono conservati e restaurati con cura. Tuttavia è difficile pensare che ciò sia il risultato della ricerca scientifica piuttosto che di intelligenti politiche immobiliari. Il punto qui è che la pubblica amministrazione ha molto meno potere in una società di mercato che in una pianificata. Il mercato è intervenuto a sostenere le politiche di conservazione quando gli attori hanno cominciato ad apprezzarne il valore. I valori di mercato possono ostacolare o sostenere le politiche di conservazione: certo non sono neutrali, né lasciano agli studiosi o agli esperti la scelta di un programma o di un altro. Essi rispondono in realtà ad una domanda sociale, non ad una élite intellettuale: per modificare questi valori bisogna entrare in sintonia con la società. Tutto questo ci porta a concludere che ciò che serve non è più ricerca o leggi più rigorose quanto piuttosto un atteggiamento più lungimirante. I valori è meglio condividerli che imporli, e in questo modo possono anche durare di più, e con minori pesi per la mano pubblica. 

Perché il dialogo fra i vari gruppi possa dispiegarsi è necessaria una informazione completa e mirata sui temi in discussione, in modo da costruire un consenso non generico sulle decisioni da adottare. Questo comporta la necessità di esaminare con la massima trasparenza (ma anche con la necessaria intelligenza) gli esiti delle possibili opzioni. Si tratta cioè di porre in essere meccanismi di comunicazione reale (e per ciò stesso coinvolgenti) fra le varie parti, così da non nascondere né gli esiti delle scelte né le differenze tra gli obiettivi iniziali. Alla asimmetria oggi esistente in termini di informazione fa riscontro una copertura voluta degli obiettivi ultimi di ciascun gruppo.

Qui la ricerca scientifica ha certamente un terreno di applicazione importantissimo, ma è evidente che non di ricerca puramente storico-estetica si tratta, bensì di operazioni essenzialmente interdisciplinari, capaci di cogliere i valori, ma anche i convincimenti e gli umori di una società. Quando questi si manifestano, le scelte finali costituiscono un traguardo collettivamente conquistato. È qui che la partecipazione acquista senso, all'interno di uno schema organizzativo che garantisca qualità per il valore degli approfondimenti eseguiti ed efficacia, perché basata su una struttura comunicativa efficiente. E forse l?obiettivo di scrivere un racconto comune si dimostrerebbe raggiungibile.

 

Foto Storico Centro di Giuseppe Romano - Flickr.com

 

 facebooktwitteryoutube