1960

GLI ANNI SESSANTA

Dalla fine della guerra agli anni '60, il volto delle città italiane subisce una trasformazione senza precedenti.
L'attività edilizia si impenna: sia nel cuore della città, con i Piani di ricostruzione, che operano al di fuori dei vincoli della Legge urbanistica del 1942 imponendo il solo rispetto degli allineamenti preesistenti; sia oltre i confini urbani, con il veloce procedere senza regole dell'espansione, favorita dagli appositi provvedimenti economici.
La cultura degli architetti e degli urbanisti pone in primo piano la costruzione della città nuova: le teorie dell'urbanistica moderna consolidate tra le due guerre, infatti, non comprendono né considerano le inerzie della città storica, ma prefigurano una nuovissima scena urbana che riserva a pochi, selezionati monumenti isolati nel verde, il ruolo di muti testimoni di un'epoca scomparsa (il "Plan Voisin" di Le Corbusier).
In Italia, tuttavia, sin dalla fine dell'800, la convivenza tra città del passato e città del presente e del futuro occupa un posto di rilievo nel dibattito culturale. Al 1913 risale la proposta avanzata da Gustavo Giovannoni di conservare i centri antichi, con interventi di "diradamento" motivati soprattutto da esigenze igieniche, mantenendoli separati dalla nuova città e dalle sue funzioni.
Nel dopoguerra, che vede al primo posto i problemi della ricostruzione, il mondo culturale torna a interrogarsi sui rapporti tra nuovo e vecchio. Questo tema, molto dibattuto anche in sede internazionale (8° CIAM di Hoddesdon, 1951), sarà centrale per tutti gli anni '50: protagonisti del dibattito sono E.N. Rogers, R. Pane, C. Brandi, L. Benevolo, L. Detti, L. Piccinato, A. Cederna. Questo fronte culturale, peraltro non omogeneo, che coinvolge associazioni e riviste, da un lato avvia un confronto polemico e vivacissimo interno alla disciplina, dall'altro conduce una battaglia d'opinione contro il malgoverno e il saccheggio urbanistico: è una battaglia democratica, civile, di opposizione rispetto ai blocchi di potere politico ed economico dominanati.
Per tutti gli anni '60, comunque, la cultura dell'espansione domina incontrastata anche negli strumenti urbanistici, che sanciscono la divaricazione tra vecchia e nuova città, stabilendo per quest'ultima i criteri di accrescimento e rinviando a futuri strumenti attuativi le ipotesi per le aree centrali di antica formazione, sottoposte ad un indifferenziato vincolo di salvaguardia (come quelli per Assisi e Gubbio, ad opera di G.Astengo).
La crescita della città procede tuttavia in gran parte del tutto incontrollata; i settori più avanzati del mondo politico e culturale formulano proposte per una nuova, più adeguata legge urbanistica (8° Congresso INU, 1960), da attuarsi tramite l'ordinamento regionale, che leghi programmazione economica e pianificazione territoriale, preveda il ricorso a strumenti quali il diritto di superficie e l'esproprio. Questi concetti caratterizzano il disegno di legge proposto dal ministro F. Sullo, che sarà sconfitto dal fronte compatto oppostogli dal "blocco edilizio".
Mentre si allontanano le speranze di una riforma organica del settore, diviene sempre più evidente il divario tra la città prefigurata dalle ipotesi culturali dell'urbanistica moderna e la città reale, che sotto la spinta di imponenti modifiche socioeconomiche, è cresciuta accumulando al proprio interno conflitti sociali esplosivi.

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