Fondatori e protagonisti dell’ancsa
A partire dalla sua fondazione, ANCSA ha visto tra i suoi principali animatori molti intellettuali e figure rilevanti della cultura italiana nel campo dell’architettura, dell’urbanistica, del restauro e della storia dell’arte. Tra i soci Giulio Carlo Argan, che ne fu anche presidente, Giovanni Astengo, Gino Bottoni, Augusto Cavallari Murat, Antonio Cederna, Luigi Carlo Daneri, Giancarlo De Carlo, il senatore Francesco Franceschini, Bruno Gabrielli, Roberto Pane, Ludovico Quaroni e Giuseppe Samonà.
fondatori

Giovanni Astengo

Eduardo Caracciolo

Gisberto Martelli

Camillo Ripamonti

Egle Renata Trincanato
Protagonisti dell’ancsa

Giulio Carlo Argan

Vittoria Calzolari

Augusto Cavallari Murat

Antonio Cederna

Giancarlo De Carlo

Valerio Di Battista

Bruno Gabrielli

Roberto Gambino

Tommaso Giura Longo

Cesare Macchi Cassia

Mario Manieri Elia

Roberto Pane

Ludovico Quaroni

Giovanni Romano

Marco Romano

Giuseppe Samonà

Roberto Spagnolo

Antonio Terranova

Alessandro Tutino
Giovanni Astengo
Giovanni Astengo (Torino, 13 aprile 1915 – San Giovanni in Persiceto, 26 luglio 1990)
Architetto e urbanista. Ha iniziato l’attività professionale nel 1948, con gli studi per il Piano regionale del Piemonte, elaborato con Mario Bianco, Nello Renacco e Aldo Rizzotti, con i quali aveva fondato il gruppo Abrr. Nello stesso anno, Giuseppe Samonà lo invita come docente presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove insegnerà ininterrottamente per trentasei anni.
Dopo gli anni del progetto per la Ina-Casa alla Falchera, sarà tuttavia nel 1955 che il suo percorso urbanistico segna una svolta decisiva con l’incarico per il piano regolatore di Assisi, in cui egli pose per la prima volta il tema del centro storico – oggetto di apposito piano particolareggiato – come tessuto unitario da salvaguardare. Adottato nel 1958, il piano trovò l’opposizione delle forze politiche ed economiche locali e venne sostanzialmente snaturato e bloccato nella fase di controdeduzione; ma la natura innovativa dello strumento urbanistico fu riconosciuta dalla cultura nazionale con il conferimento al progettista del Premio Olivetti nel 1958 e, tre anni più tardi, del premio regionale dell’Inarch-Umbria.
Nel frattempo (1956) gli fu affidato l’incarico per il piano regolatore di Gubbio che venne presentato al Consiglio Comunale quattro anni più tardi, accompagnato dallo svolgimento del primo convegno nazionale sulla salvaguardia dei centri storici, che avrebbe portato all’approvazione della “Carta di Gubbio” e, un anno più tardi, alla costituzione dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici di cui, nel 1962, Giovanni Astengo sarebbe stato vicepresidente.
Gli anni ’60 lo videro assai attivo all’interno dell’Ancsa, dove affermò l’esigenza di relazionare le politiche per il centro storico con quelle per l’intorno urbano, essenziali per mantenere la vitalità degli antichi contesti insediativi; tale prospettiva prese forma concreta nel piano regolatore di Pavia – a cui lavorò insieme a Giuseppe Campos Venuti – che affermò l’esigenza di ricondurre la pianificazione del centro storico nell’ambito dello strumento urbanistico generale.
Negli anni in cui era forte la pressione della speculazione sui centri storici, egli teorizzò la necessità di promuoverne una manutenzione programmata e continua degli edifici e dei tessuti esistenti, capace di frenarne l’abbandono progressivo da parte degli abitanti.
La lunga attività professionale, culturale e politica di Giovanni Astengo lo portò ad assumere numerosi incarichi urbanistici, ma anche a rifondare Urbanistica, la rivista dell’INU da lui diretta dal 1952 al 1976. Dell’Istituto fu oltretutto presidente onorario dal 1986 al 1990.
Il suo impegno attivo nel campo politico si dispiegò dal 1964, quando fu eletto nelle liste del Psi nel Consiglio Comunale di Torino; nel 1966 assunse l’incarico assessore alla Pianificazione urbanistica nella Giunta di centro-sinistra, avviando la revisione del piano regolatore della città e gli studi per quello intercomunale. Nel 1975 entrò, con lo stesso ruolo, nella giunta regionale del Piemonte, dove promosse la redazione della prima legge urbanistica regionale.
Nel 1966 Astengo aveva fatto parte della Commissione parlamentare incaricata di indagare sulla frana di Agrigento del 19 luglio, istituita dal ministro dei Lavori Pubblici, Giacomo Mancini; di questa esperienza avrebbe sempre parlato come della più forte emozione e della più straordinaria tensione morale che avesse provato.
Nel 1970 Giovanni Astengo fu fra i promotori del Corso di Laurea in Urbanistica istituito dall’Università di Venezia; ne fu da subito presidente, convinto com’era della necessità di formare specifiche figure di urbanisti pianificatori con competenze specifiche e diverse da quelle proprie degli architetti.
A Venezia spostò allora la sua residenza; e proprio mentre era in treno, di rientro dalla Toscana, venne colto da un grave malore e si spense a San Giovanni in Persiceto il 26 luglio del 1990.
Edoardo Caracciolo
Edoardo Caracciolo (Palermo, 30 novembre 1906 – 14 aprile 1962)
Ingegnere, architetto e urbanista. È stato allievo di Ernesto Basile ed ha avviato la propria attività didattica presso l’Università di Palermo nel 1933, come assistente alla cattedra di Urbanistica, di cui sarebbe divenuto titolare nel 1957.
L’idea dello stretto collegamento fra architettura e urbanistica e l’inquadramento della pianificazione urbana nel contesto della storia dell’architettura e del territorio furono alla base del suo insegnamento, volto al superamento dei limiti fino ad allora assegnati alle diverse discipline.
Fu fautore di un’idea di urbanistica “dal basso”, esplicitando questo suo pensiero attraverso una intensa attività convegnistica e pubblicistica. Sul piano professionale fu progettista di piani regolatori per i comuni di Caltanissetta (1943), Trapani (1944 e 1958), Palermo (1955); lavorò altresì alla sistemazione urbanistica di quartieri per l’edilizia economica e popolare, quali il quartiere Zisa-Quattro Camere a Palermo (1950) e il quartiere Cucinotta a Catania (1953).
Partecipò nel pieno della propria maturità professionale, al Convegno di Gubbio del 1960 e fu fra i fondatori dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici nel giugno dell’anno successivo.
Tuttavia il suo contributo all’attività dell’Ancsa fu purtroppo limitato nel tempo, dal momento che la morte lo colse nell’aprile 1962, a soli 55 anni. Portò tuttavia nella Carta di Gubbio i principi della partecipazione ai processi di pianificazione e di rispetto delle istanze dei cittadini residenti nei centri storici.
Scrisse di lui Ludovico Quaroni: «Con Caracciolo è morto il fondatore, in Italia, di una nuova scuola. Il suo modo di individuare, di affrontare e di risolvere i problemi partendo dal contatto diretto con le strade e le case, con le persone, con la miseria, con il cielo e con il sole splendente, con la pietra dei monumenti e la storia viva della città – “la storia operante” – era un modo al quale un po’ tutti, dopo la guerra, dopo le sofferenze e le ripetute prove umane alle quali in un modo o in un altro siamo stati sottoposti per molti anni, avevamo pensato; era un cammino che tutti abbiamo tentato. Lui solo, tuttavia, ne ha fatto una scuola vera, la sua scuola».
Gisberto Martelli
Gisberto Martelli (Milano, 1909-1996)
Architetto, Accademico dell’Arte e del Disegno. Ha rivestito il ruolo di Soprintendente ai Monumenti
e alle Gallerie dell’Umbria nel momento in cui a Gubbio si costituiva l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici alla quale aderì nei suoi primi anni di attività.
La sua presenza all’atto fondativo dell’Ancsa fu importante, a sottolineare i contenuti multiformi che la salvaguardia dei centri storici implicava; e in effetti sia il tema del restauro, sia il ruolo delle Soprintendenze nei processi di conservazione, sia il contributo della storia dell’architettura e del territorio, sia – infine – il rapporto fra archeologia e storia della città, furono nodi su cui si è sviluppato un importante dibattito fra architetti e urbanisti.
Gisberto Martelli ha dedicato grande attenzione alla formazione nel settore dei beni culturali, stimolando la crescita di figure insigni della cultura italiana, quale l’archeologo Sabatino Moscati. Dedicò le proprie energie anche alle pratiche divulgative nel campo artistico, che fra gli anni ’60 e ’70 non vantavano certo grande attenzione nella società italiana.
Dopo gli anni trascorsi a Perugia, resse la Soprintendenza di Milano dal 1966 al 1973; in quegli anni profuse un forte impegno per lo sviluppo e la crescita della Pinacoteca di Brera, ponendo le basi anche per il suo accrescimento. I problemi del capoluogo lombardo lo coinvolsero e lo appassionarono anche dopo aver abbandonato l’attività di Soprintendente; continuò a scrivere saggi e a pubblicare testi sul recupero del patrimonio storico religioso, occupandosi, fra l’altro del restauro del Cenacolo di Leonardo Da Vinci.
Fu membro del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo e, il 3 novembre 1956, venne insignito del titolo di Accademico dell’Arte e del Disegno. Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, il 2 giugno 1970 conferì a Gisberto Martelli la Medaglia d’Oro in qualità di Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte.
Camillo Ripamonti
Camillo Ripamonti (Gorgonzola, 25 maggio 1919 – Milano, 23 aprile 1997)
Ingegnere. È stato più volte Ministro della Repubblica Italiana.
Il suo percorso di vita ha visto prevalere in lui l’impegno politico rispetto all’attività professionale. Dal 1958 al 1968 è stato deputato e dal 1968 al 1983 è stato eletto al Senato della Repubblica. Ha ricoperto anche diversi incarichi ministeriali: Ministro della Sanità dal 1968 al 1970, poi Ministro della Ricerca Scientifica dal 1970 al 1972; Ministro del Commercio Estero nel 1972, quindi Ministro per i Beni Culturali dal 1973 al 1974; infine, ancora nel 1974, Ministro del Turismo e Spettacolo.
È stato Presidente dell’INU dal 1960, dopo l’VIII° Congresso dell’Istituto, al 1969; in quella veste, nel giugno 1961, ha partecipato all’Assemblea fondativa dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, a sottolineare la comunanza di obbiettivi e la stretta collaborazione che avrebbe dovuto caratterizzare l’attività delle due istituzioni impegnate sul terreno comune della conservazione e della riqualificazione della città esistente.
Ha sempre prestato molta attenzione al dibattito e alle proposte dell’Ancsa, veicolandone i contenuti in sede politica, indipendentemente dagli incarichi assunti a livello governativo.
Ha presieduto a lungo l’Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali (Ilses); il 30 ottobre 1980, il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, ha insignito Camillo Ripamonti della Medaglia d’oro come Benemerito della Cultura e dell’Arte.
Egle Renata Trincanato
Egle Renata Trincanato (Roma, 3 giugno 1910 – Mestre, 5 marzo 1998)
Architetto. Si è formata presso il Regio Istituto Superiore di Architettura di Venezia, avendo Carlo Scarpa fra i suoi insegnanti; si è laureata nel novembre 1938, prima donna dell’ateneo veneziano.
Nel 1941 divenne assistente alla cattedra di Elementi di architettura e rilievo dei monumenti presso lo stesso Istituto di Architettura, della quale era titolare Giuseppe Samonà con il quale, a partire da questo momento, avviò una stretta collaborazione che non le impedì tuttavia, nell’immediato dopoguerra, di partecipare autonomamente a diversi concorsi di architettura, dove ottenne importanti riconoscimenti.
Avviò nel frattempo quella che sarebbe stato il suo importante percorso pubblicistico, con il volume Venezia minore, dedicato al tessuto edilizio residenziale nel capoluogo lagunare; per tale opera ricevette il Premio Nazionale Olivetti di Architettura e di Urbanistica per la critica nel 1955.
Entrò come membro effettivo nell’Istituto Nazionale di Urbanistica, della cui sezione veneta divenne in seguito segretaria (1955).
Nel 1951 fece parte del Gruppo architetti e ingegneri veneziani coordinato da Giuseppe Samonà e Luigi Piccinato per la progettazione del nuovo Villaggio San Marco nell’area di San Giuliano a Mestre. L’esito positivo di tale intervento le valse l’affidamento da parte dell’INA Case della realizzazione di edifici a Sant’Agata sul Santerno (RA) (1952-56) e delle case INCIS al Lido di Venezia (1954-57).
Nel 1954 assunse la direzione del Palazzo Ducale per conto del il Comune di Venezia, dedicandosi altresì al recupero dei principali beni artistici comunali: da Ca’ Pesaro al Museo Correr, alla casa Goldoni.
Tre anni più tardi partecipò al concorso di idee per il nuovo piano regolatore di Venezia, in gruppo con Giovanni Astengo e Mario Coppa; venne coinvolta della Sottocommissione per il risanamento presieduta da Samonà. Il 1951 per Egle Renata Trincanato fu un anno molto intenso che la vide impegnata, insieme ad Astengo e Samonà, nella battaglia per la salvaguardia di Venezia.
Giovanni Astengo la coinvolse anche nelle iniziative in atto a Gubbio, dove Egle Renata partecipò alla fondazione dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici. Negli anni successivi prese parte in modo attivo al dibattito dell’Ancsa, coinvolgendo anche Giuseppe Samonà nelle sue riflessioni e nelle sue iniziative.
In consonanza con il sentire della cosiddetta “Scuola di Venezia” Egle Renata Trincanato e Giuseppe Samonà propugnavano con vigore la continuità fra progetto urbanistico e disegno dell’architettura, partecipando al dibattito in corso in ambito nazionale e influenzando in tal senso anche la posizione culturale dell’Ancsa.
Nel novembre 1967 divenne professore ordinario per la cattedra di Elementi di architettura e rilievo dei monumenti presso lo IUAV che in quegli anni si proponeva come eccellenza nazionale in cui si confrontavano e si coordinavano Giovanni Astengo, ordinario della cattedra di Urbanistica, e i milanesi Giancarlo de Carlo e Aldo Rossi.
Negli anni ‘70 si batté per dare spazio adeguato al restauro architettonico fra le discipline insegnate allo IUAV e nel 1975 fondò l’Istituto di rilievo e restauro (in seguito Dipartimento di scienza e tecnica del restauro), del quale venne nominata direttrice.
Da quel momento la sua attività si divise fra l’insegnamento, la progettazione e l’impegno culturale nel Consiglio di Presidenza della Fondazione Querini Stampalia, della quale assunse la presidenza dal 1990 al 1994, ma con la quale avrebbe collaborato fino agli ultimi giorni della sua vita.
Nel 1997, insieme a Ignazio Gardella, le venne conferita l’onorificenza di Benemerita della Scienza e della Cultura da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Giulio Carlo Argan
Giulio Carlo Argan (Torino, 17 maggio 1909 – Roma, 12 novembre 1992)
Storico dell’arte e politico. Fu sindaco di Roma dal 1976 al 1979 e senatore dal 1983 al 1992 eletto come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano.
Si formò allo studio della storia dell’arte negli anni ‘20 all’Università di Torino con Lionello Venturi, interessandosi soprattutto di architettura; si laureò nel 1930 con la tesi La teoria di architettura di Sebastiano Serlio. Tre anni più tardi entrò nell’amministrazione Antichità e Belle Arti insieme a Palma Bucarelli, sua compagna di studi, diventando ispettore a Torino. Operò più tardi a Modena e infine a Roma, dove lavorò con Cesare Brandi al progetto di attivazione dell’Istituto Centrale del Restauro.
La sua attenzione per l’architettura si espresse pienamente negli anni ’40 e ’50, con studi dedicati a Walter Gropius e la Bauhaus, Pier Luigi Nervi, Borromini e l’architettura barocca. Poi, negli anni ’60, dedicò la propria attenzione all’arte contemporanea: dall’informale alla pop art, fino a maturare la propria teoria sulla “morte dell’arte”, cioè la crisi delle tecniche tradizionali dell’arte nella società industriale e capitalistica.
Nel 1968 pubblicò la sua opera fondamentale: la Storia dell’arte italiana, seguita da L’arte moderna 1779-1970; testi su cui si sono formate generazioni di studenti e storici dell’arte.
Cessata la propria attività didattica presso l’Università di Roma, gli anni ’70 vedono Giulio Carlo Argan assumere un ruolo politico di primo piano, come Sindaco di Roma dal 1976 al 1979, in una fase di ricostruzione del senso di comunità della città, colpita da terrorismo e malavita organizzata. Lavorò in tal senso assieme al giovane Assessore alla Cultura, Renato Nicolini.
Negli anni ’80 visse l’esperienza di senatore; e fu in questo frangente che assunse, fino al 1990, la presidenza dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, a sottolineare il connubio fra la tutela dei beni artistici e la conservazione dei tessuti della città storica.
All’interno dell’Ancsa lavorò in stretto rapporto con Bruno Gabrielli, allora segretario tecnico dell’Associazione, ma si avvalse della collaborazione consolidata con Antonio Cederna, con il quale aveva lavorato, da Sindaco di Roma, per la valorizzazione e il rilancio dei Fori Imperiali.
Negli anni della sua presidenza guidò l’Associazione verso la formulazione della seconda Carta di Gubbio (1990), aprendo la visuale, oltre la dimensione urbana, ai temi del paesaggio. In questo passaggio fu forte la sua sintonia con Roberto Gambino e la sua volontà di guardare alle politiche messe in atto in tal senso dall’Unione Europea.
Lasciata la presidenza dell’Ancsa, una delle sue ultime iniziative fu la fondazione, nel 1991, dell’Associazione Bianchi Bandinelli, con l’obbiettivo di promuovere il dialogo e l’integrazione fra gli ambiti della ricerca e della tutela dei beni storici e culturali.
Il suo contributo peculiare consistette proprio nella ricerca di un dialogo fra discipline che tradizionalmente avevano vissuto e operato in modo autonomo e talora concorrenziale; Giulio Carlo Argan sentiva la necessità di una loro reciproca collaborazione e contaminazione, perché tutto ciò di cui esse si interessano confluisce nella città: il prodotto più complesso della cultura umana.
Vittoria Calzolari
Vittoria Calzolari (Roma, 5 ottobre 1924 – 2 giugno 2017)
Architetto e urbanista. È stata assessore al centro storico del Comune di Roma.
Vittoria Calzolari ha operato sui temi delle trasformazioni territoriali a scala vasta e della riqualificazione della città esistente, prestando attenzione alla dimensione collettiva degli spazi pubblici e dell’abitare.
Si è laureata in Architettura nel 1949, inserendosi ben presto nei fermenti della ricostruzione attraverso i concorsi Ina-Casa, in collaborazione con Adalberto Libera, Luigi Piccinato e Ludovico Quaroni. Nel 1952 deciese di candidarsi per una borsa Fulbright negli Stati Uniti e svolse un periodo di studi alla Graduate School of Design di Harvard, dove seguì corsi di studio che avrebbero caratterizzato in modo deciso la sua figura di progettista.
Si impegnò all’interno di Italia Nostra e dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici sui temi del progetto ambientale; soprattutto negli anni ’70 quando presero corpo i suoi progetti di tutela delle aree archeologiche, e paesaggistiche lungo il percorso dell’Appia Antica, con un approccio interdisciplinare che poneva grande attenzione alla visione storica, culturale, idrogeologica, ma anche urbanistica e progettuale.
A Napoli dapprima, poi a Roma La Sapienza intraprese nel frattempo il proprio percorso universitario, tenendo corsi di Urbanistica, ma anche di Morfologia del paesaggio e Progettazione del territorio. Proprio sui temi della progettazione paesistica e ambientale fondò a Roma il primo corso di specializzazione nel 1987.
Fu assessore al centro storico del Comune di Roma nella Giunta Argan e in quella funzione mise in atto politiche a favore della residenza sociale, gestendo altresì complesse operazioni di recupero edilizio.
All’interno dell’Ancsa propugnò sempre l’idea che la conservazione del patrimonio esistente debba coincidere con l’attività di cura e di manutenzione e di debba necessariamente sviluppare con il coinvolgimento diretto degli abitanti, in modo che il centro storico possa rappresentare un “patrimonio culturale” collettivo proiettato nella dimensione del territorio storico (Congresso Ancsa, 1977). Su questa linea di pensiero ha stretto una duratura amicizia con Françoise Choay, filosofa della città, e con diversi docenti della École Nationale Supérieure de Paysage di Versailles.
Di questo suo importante legame si è giovata l’Associazione, grazie alla visione innovativa che Vittoria Calzolari ha espresso nei confronti degli spazi pubblici della città, ma anche della dimensione sociale del progetto urbano.
La sua ricca produzione scientifica attesta la qualità e la profondità del suo percorso tecnico e culturale, sempre attento alla visione del territorio e della città, con l’obbiettivo di valorizzarne la dimensione fisica, storica e sociale; per dare il senso di questa complessità, fin dai primi anni ’90 Vittoria Calzolari formulò la proposta di dare vita a un centro di documentazione sulla dimensione del recupero. Questa è la grande sfida e la grande eredità che ha lasciato all’Ancsa.
Augusto Cavallari Murat
Augusto Cavallari Murat (Chiavenna, 1911 – Torino il 3 marzo 1989)
Ingegnere. La sua è stata una figura multiforme, che ha cercato di coniugare le conoscenze costruttive con la ricerca architettonica.
Laureatosi nel 1934, si avviò alla didattica due anni più tardi come assistente – prima volontario, poi di ruolo – di Costruzioni in legno, ferro e cemento armato, materia in cui avrebbe poi ottenuto la libera docenza. Dopo anni di insegnamento a Cagliari e a Padova, dal 1962 tornò a Torino come ordinario di Architettura Tecnica presso il Politecnico, dove fondò e diresse l’Istituto di Architettura tecnica.
Ha svolto un’intensa attività di ricerca e di divulgazione che si protrasse ben oltre la conclusione del suo percorso didattico, nel 1976. Risultano significative in tal senso le sue opere Forma urbana e Architettura nella Torino barocca (1968) e Tessuti urbani in Alba (1975) che danno il senso del suo contributo culturale alla riflessione dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici.
Nel corso di dibattiti, convegni e seminari organizzati dall’Ancsa, Augusto Cavallari Murat ha posto particolare attenzione a mantenere stretto il legame interdisciplinare fra la dimensione storica, architettonica e urbanistica, finalizzate alla conoscenza e alla valorizzazione dei tessuti storici urbani.
Antonio Cederna
Antonio Cederna (Milano, 27 ottobre 1921 – Sondrio, 27 agosto 1996)
Giornalista, ambientalista e politico. Laureato in Archeologia nel 1947, abbandonò quasi subito questa disciplina per dedicarsi al giornalismo, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale italiano.
Era il 1950 quando Mario Pannunzio notò un suo articolo sulla rivista Lo Spettatore Italiano e lo chiamò a collaborare al settimanale Il Mondo, dove Cederna si sarebbe dedicato alla difesa dei centri storici (in modo particolare di Roma, Milano e Venezia) attaccati da sventramenti e dalla speculazione edilizia selvaggia: si fece difensore dell’area dell’Appia Antica a Roma, si batté in difesa dei parchi nazionali e delle coste, propugnò la conservazione delle zone umide in cui il Ministero dell’Agricoltura e Foreste intendeva mettere in atto opere di bonifica. Su Il Mondo scrisse finno alla sua chiusura, avvenuta nel 1966.
Nel 1955 fu tra i fondatori di Italia Nostra, di cui sarebbe poi stato consigliere nazionale; dal 1958 al 1961 fu consigliere comunale a Roma con il Partito Radicale, rivestendo poi quel ruolo ancora dal 1989 al 1993. Furono quelli gli anni del suo massimo impegno istituzionale, che lo videro deputato della Sinistra Indipendente dal 1987 al 1992; in Parlamento contribuì alla predisposizione di provvedimenti per la difesa del territorio e la tutela del patrimonio naturale, come la Legge Quadro sulle aree naturali protette.
Il suo impegno per la salvaguardia dei centri storici, lo portò inevitabilmente a confrontarsi e a collaborare con l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, al cui dibattito partecipò in modo attivo – durante gli anni della presidenza di Giulio Carlo Argan – nella fase di stesura della seconda Carta di Gubbio del 1990, quando i temi del paesaggio storico e culturale furono posti all’attenzione delle pubbliche amministrazioni, nonché del mondo della cultura, dell’urbanistica e dell’architettura.
Antonio Cederna dal 1966 al 1969 scrisse sulle riviste Abitare e Casabella, dal 1967 al 1981 divenne firma insigne del Corriere della Sera, poi, fra il 1981 e il 1996, collaborò con La Repubblica e L’Espresso.
Numerosi sono i saggi di denuncia da lui pubblicati; ma il lascito della sua attività ambientalista è senz’altro legato alla tutela dell’Appia Antica che lo vide impegnato insieme a Vittoria Calzolari.
Nel 1993 fu nominato Presidente dell’Azienda Consortile per il Parco dell’Appia Antica e si batte con determinazione, fino ai suoi ultimi giorni, affinché il progetto del parco potesse definitivamente prendere corpo.
Giancarlo De Carlo
Giancarlo De Carlo (Genova, 12 dicembre 1919 – Milano, 4 giugno 2005)
Architetto. Visse un periodo di formazione inevitabilmente segnato dalla guerra e dall’esperienza della Resistenza, alla quale aderì dopo aver militato nel Movimento di unità proletaria di Lelio Basso e contribuendo all’organizzazione delle brigate Matteotti a Milano.
Questo non gli impedì di concludere i suoi studi in Ingegneria nel 1945, avvicinandosi tuttavia fin da subito all’architettura con saggi pubblicati nel 1946 sulle pagine di Domus, allora diretta da Ernesto Nathan Rogers. Ad essi si unì tuttavia quella che De Carlo definiva “la formazione a bottega” nello studio di Franco Albini. Ma l’attenzione per l’architettura era tale da spingerlo, nel 1948 a iscriversi allo IUAV di Venezia dove conseguì la laurea in architettura il 1° agosto 1949.
Come per molti suoi coetanei, la prima palestra di progettazione è consistita in incarichi conferiti dall’INA-Casa in attuazione del Piano Fanfani. De Carlo in questo ambito ebbe a predisporre, fra il 1949 e il 1950, undici progetti attraverso i quali cercò di misurarsi coni principi del Movimento Moderno; con esiti talora contraddittori e per lui destabilizzanti. La distanza fra le sue intenzioni progettuali e i modi d’uso degli alloggi che gli abitanti ne facevano, gli fece maturare l’esigenza di una “progettazione partecipata” di cui sarebbe stato il principale teorico e propugnatore in Italia.
Nei primi anni ‘50 avvenne però anche la svolta fondamentale nel percorso professionale di De Carlo: Elio Vittorini lo presentò a Carlo Bo, rettore dell’Università di Urbino, impegnato a riorganizzare la presenza dell’ateneo nella città marchigiana. Prese avvio così il rapporto simbiotico che legò De Carlo a Urbino e che culminò con la redazione del piano regolatore, fra il 1958 e il 1964; un piano che faceva perno sul recupero del centro storico e sullo sviluppo della vocazione universitaria della città, e che ottenne ampi riconoscimenti anche a livello internazionale.
L’attività professionale di De Carlo tuttavia non si limitò certo all’ambiente urbinate: negli anni del boom economico ed edilizio venne chiamato a collaborare alla stesura del Piano intercomunale milanese (1961-1965); a Rimini gli fu affidato l’incarico per la redazione del Piano particolareggiato del centro storico (1966) in cui ebbe modo di sperimentare, forse nel modo più compiuto, l’approccio partecipativo alla scala della progettazione urbana. Sono poi da ricordare i progetti di edilizia residenziale: il quartiere Matteotti di Terni (1970-1975), progettato per gli operai delle locali acciaierie, e il quartiere IACP nell’isola di Mazzorbo, nella laguna di Venezia (1980-1997).
Gli anni ’70 e ’80 lo videro partecipare ripetutamente alle iniziative e ai dibattiti dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici; e non si può dire che il suo pensiero sia rimasto inascoltato, se è vero che proprio in quel periodo prendeva corpo la riflessione sul progetto per la città esistente che è fortemente ispirato e condizionato dall’esperienza di Urbino.
La lettura morfologica – e percettiva – alla base dell’esperienza di De Carlo ha indirizzato l’approccio alla città esistente che più tardi Bruno Gabrielli e Roberto Spagnolo avrebbero praticato in diverse esperienze di pianificazione.
Non v’è dubbio tuttavia che, anche nel dibattito Ancsa, De Carlo sia stato portatore di un pensiero contrapposto a quello di Giovanni Astengo; la sua visione dell’architettura e dell’urbanistica come discipline intrise l’una dell’altra, sarebbe uscita sconfitta a livello accademico, e soprattutto a Venezia, dove alla formazione della Facoltà di Urbanistica aveva fatto da contraltare una “architettura di tendenza” coltivata allo IUAV da Aldo Rossi.
A questo stato di cose, Giancarlo De Carlo avrebbe reagito trasferendosi all’Università di Genova, ma soprattutto fondando l’International Laboratory of Architecture and Urban Design (ILAUD), attivo sotto la sua direzione dal 1976 al 2003, con lo scopo di propugnare “l’idea che architettura e urbanistica sono parti dello stesso problema […] e che la loro interdipendenza è tale che nessuna azione può essere concepita in una delle due senza la coscienza della sua reciprocità con l’altra”.
Nel 2005 l’Ancsa ha istituito il Premio Argan per onorare il percorso culturale e progettuale di figure impegnate nella rigenerazione della città e dei centri storici. In quello stesso anni il Premio venne assegnato a Giancarlo De Carlo (alla memoria) “per la sua incrollabile fiducia in una fertile e doverosa coesistenza dei linguaggi dell’architettura moderna e di quelli dei contesti storici; e nelle straordinarie potenzialità di rigenerazione dei tessuti antichi, mediante l’inserimento, nelle loro maglie, di funzioni efficaci e appropriate”. La lezione di Giancarlo De Carlo era stata acquisita.
Giovanni Romano
Giovanni Romano (Acqui Terme, 5 dicembre 1905 – Milano, 15 ottobre 1990)
Architetto. Si è laureato nel 1928, aderendo da subito al Movimento Moderno e collaborando, fin dagli anni giovanili, con Ignazio Gardella, con il quale ha condiviso l’impegno culturale sfociato nella pubblicazione della rivista Casabella, attività pubblicistica che permise a Romano di conoscere e collaborare con Giuseppe Pagano e Edoardo Persico.
Fra il 1935 e il 1938 stabilì una intensa collaborazione con Franco Albini; con lui e con Gardella – insieme a un gruppo di architetti razionalisti milanesi – partecipò alla VI Triennale di Milano e alla Mostra sull’Abitazione, poi al progetto di Milano Verde nella Zona Sempione (1938) e al progetto del Palazzo dell’Acqua e della Luce all’EUR (1939).
Fra il 1943 e il 1945 aderì in maniera attiva e convinta alla Resistenza, per riprendere solo nell’immediato dopoguerra la propria ricerca culturale e progettuale come membro del Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) e del Movimento di Studi per l’Architettura (MSA).
Ha collaborato nel 1945 al Piano per la Milano della ricostruzione; nel 1948 ha partecipato alla realizzazione del quartiere sperimentale QT8 e nello stesso anno ha fatto parte del gruppo che ha preso parte al Concorso per il Centro Direzionale (F. Albini, P. Bottoni, L. Belgiojoso, G. Mucchi, E. Peressutti, G. Pollini, M. Pucci).
Negli anni ’50 progetta la nuova sede della Società Umanitaria a Milano, il Centro Svizzero (ancora a Milano). la chiesa di santa Maria Giuseppa Rossello a Savona, mentre i primi anni ’60 lo vedranno impegnato a Genova nella progettazione – con Fabrizio Miranda – della “Sopraelevata” (l’autostrada che corre in città, in fregio al mare), ma anche del Palazzo di Giustizia.
Quando, nel 1961, partecipò alla fondazione dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, Giovanni Romano fu portatore di un pensiero progettuale che spaziava dalla dimensione architettonica alla scala urbana; con questo spirito contribuì alla riflessione dell’Ancsa nei primi decenni di attività dell’Associazione, interloquendo in modo particolare sui temi del progetto della conservazione di cui sottolineava la necessità di dare vita a forme non mimetiche, ma comunque integrate e rispettose dei contesti storici che caratterizzano le città italiane.
Negli ultimi decenni di vita ha proseguito la sua intensa attività progettuale, accompagnata dallo sforzo di divulgazione dei principi e delle idee che lo hanno accompagnato nella sua intensa esperienza di architetto.
Valerio Di Battista
Valerio Di Battista (Milano, 16 ottobre 1942 ? – 12 agosto 2024)
Architetto. Si è laureato presso il Politecnico di Milano, addentrandosi poi nella ricerca sui temi della tecnologia del costruire, tema sul quale ha svolto consulenze per il Consiglio Nazionale delle Ricerche, per il Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca e per l’Ente Italiano di Normazione UNI (1998-2002).
Il suo percorso universitario l’ha condotto all’Università di Palermo dove, dal 1987 al 1990, ha diretto il dipartimento di Progetto e Costruzione Edilizia; approdato poi al Politecnico di Milano come professore ordinario di Tecnologia dell’Architettura (1990 – 2009), dal 2000 al 2008 è stato coordinatore del dottorato di ricerca in Programmazione, Manutenzione, Riqualificazione, mentre dal 2002 al 2009 è stato Preside Vicario della Facoltà di Architettura e Società
La sua attenzione si è a lungo concentrata sui temi del recupero architettonico e urbano; ha fondato e diretto la rivista Recuperare che per tredici anni (1981-1994) ha dato voce ai temi e alle riflessioni in corso nell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistico; dal 1997 al 2001 è stato condirettore di Ambiente Costruito.
Proprio sui temi del recupero urbano e ambientale ha svolto consulenze per il Comune di Parma (1989-1991), per la Regione Lombardia e, nel 2015, per il Consiglio d’Europa per la Convenzione Europea del Paesaggio. Dal 2013 al 2017 ha coordinato la Rete degli Osservatori del Paesaggio del Piemonte.
La collaborazione che Valerio di Battista ha stabilito con l’Ancsa è stata profonda e intensa, non solo negli anni in cui è stato membro del Consiglio Direttivo – dal 1982 al 1995 – ma nel corso di tutta la sua attività di ricerca sui temi del recupero e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio.
Il suo propugnare la necessità di dare vita al “fascicolo del fabbricato”, utile per conoscerne la storia, le caratteristiche e lo stato di manutenzione e capace di consentirne la corretta conservazione nel tempo, sottendeva il concetto di “unicità” del singolo manufatto storico e quindi l’impossibilità di esaurirne e uniformarne i criteri d’intervento attraverso la rigidità di disposizioni generali onnicomprensive. Di Battista riteneva indispensabile passare dal un piano di norme a un piano per schede, capace di definire i modi d’intervento corretti e adeguati alla scala del singolo edificio.
Questi temi furono al centro della sua relazione al X Congresso Nazionale sul tema Città esistente e città futura. Innovare il recupero, del 1986. In quell’occasione, Valerio Di Battista delineò un approccio al tema della città che coniugava le problematiche del recupero del patrimonio esistente e quelle della nuova costruzione, inquadrando il concetto di “riqualificazione” come alternativa allo spreco, al degrado ambientale, al consumo di suolo (già allora); e dunque come una nuova e più avanzata forma di tutela.
Ma, ancora negli anni ’90, l’esigenza di una rilettura delle categorie operative nel campo del recupero lo ha impegnato sia nel dibattito Ancsa, sia, più in generale, nel suo intenso percorso professionale e culturale.
Bruno Gabrielli
Bruno Gabrielli (Genova, 18 aprile 1932 – 4 ottobre 2015)
Architetto e urbanista. Ha svolto un ruolo preminente in differenti ambiti: da quello didattico a quello amministrativo, da quello scientifico a quello della pianificazione, con particolare riguardo agli interventi di lettura, analisi, salvaguardia e rivitalizzazione dei centri storici.
Insegnò al Politecnico di Milano e allo IUAV di Venezia, finché nel 1982 venne chiamato alla Facoltà di Architettura di Genova diretta da Edoardo Benvenuto, iniziando una lunga e proficua collaborazione che durò fino al 2007, anno in cui fu nominato Professore Emerito di Urbanistica.
Bruno Gabrielli ha svolto un importante ruolo politico nell’amministrazione della sua città, dove ha rivestito il ruolo di Assessore all’Urbanistica e al Centro Storico dal 1997 al 2007 e, di Assessore alla Qualità Urbana e alle Politiche Culturali nel quinquennio successivo; furono i due mandati del Sindaco Giuseppe Pericu con il quale aveva già collaborato al recupero del centro storico di Otranto negli anni ‘70 e con cui ebbe modo di collaborare anche ad altri piani urbanistici.
Furono decine i piani regolatori redatti da Bruno Gabrielli: da numerosi comuni della Liguria, a Piacenza, Pisa e Parma, fino a Bergamo e Bari, per citare solo i più rilevanti che videro la messa a punto di una metodologia tesa alla ricerca di una nuova qualità urbana fondata sulla lettura dei caratteri insediativi urbani e proiettata verso il ridisegno della città e il rafforzamento delle funzioni pubbliche presenti al suo interno.
Nella sua traiettoria progettuale e culturale, Bruno Gabrielli si è confrontato e ha interloquito con i principali protagonisti dell’urbanistica italiana ed europea: da Giovanni Astengo a Bernardo Secchi, da Paolo Ceccarelli a Mario Manieri Elia, fino a Oriol Bohigas, delle cui scelte progettuali sviluppate a Barcellona Gabrielli fu attento studioso e osservatore.
La sua quarantennale attività svolta nell’ambito della Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici lo vide nel ruolo di Segretario tecnico (dal 1969 al 1978) poi di membro del Consiglio Direttivo (dal 1978 al 1990) per poi ricoprirne la carica di presidente fino 2005, e di Coordinatore del Comitato Scientifico fino al 2015.
Un’esperienza, quella condotta in seno all’Ancsa, alla quale venne introdotto da Giovanni Astengo, suo “amato maestro”; all’interno dell’Associazione condivise e guidò il percorso tecnico e culturale che ne ampliò progressivamente il raggio d’azione dal centro storico alla città esistente, fino al “territorio storico” e all’acquisizione del concetto del “panorama urbano storico”, tema su cui Gabrielli fu attivo collaborando con la Unesco nella messa a punto delle proprie Raccomandazioni.
La sua esperienza amministrativa lo portò, negli ultimi decenni di attività, a portare un’attenzione sempre crescente alla gestione delle trasformazioni urbane e alla messa a punto di strumenti capaci di governarne l’evoluzione progressiva.
La questione del recupero e della valorizzazione dei centri storici e, più in generale, della città esistente ha occupato con continuità il suo percorso scientifico e culturale; ancora nel 2014 un suo saggio sulla Contemporaneità del patrimonio storico prese spunto da alcune affermazioni dell’amico e collega Mario Manieri Elia per ragionare sulle modalità di tutela dei contesti storici, facendo riferimento ai diversi “atteggiamenti” messi in atto nei confronti del patrimonio storico artistico (quello meramente vincolistico e quello “identitario”) e richiamando l’attenzione sulla necessità che esso venga “riconosciuto” in primo luogo dalla comunità che lo vive e lo abita quotidianamente.
La dimensione collettiva e sociale della rigenerazione urbana ha rappresentato il tema ultimo e più pregnante consegnato da Bruno Gabrielli all’Ancsa, ma anche al mondo intellettuale, tecnico e politico del nostro Paese.
Roberto Gambino
Roberto Gambino (Cuneo, 1935 – Torino, 1° agosto 2019)
Architetto e urbanista. Si è laureato in Architettura presso il Politecnico di Torino nel 1959 e subito dopo la laurea ha avviato una intensa attività di ricerca e di pianificazione urbana e territoriale, orientata soprattutto alla salvaguardia ambientale e alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico. Ha redatto diversi importanti Piani per Parchi Naturali, che hanno inciso sul quadro italiano delle politiche per le aree protette.
I suoi scritti hanno contribuito a definire nuove visioni e approcci sui temi della conservazione della natura e del paesaggio, che vedevano in Roberto Gambino un punto di riferimento per la ricerca in ambito nazionale ed europeo.
Il suo percorso culturale si è fortemente intrecciato a quello della Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici: ne sono testimoni le numerose relazioni a convegni nazionali e internazionali e la presidenza della Sezione Interregionale Piemonte-Valle d’Aosta-Liguria a lui affidata dal 1976 e per tre decenni.
Ma il contributo fondamentale al dibattito dell’Ancsa si è sedimentato nella seconda Carta di Gubbio (1990) che ha ampliato gli orizzonti dell’Associazione dalla dimensione urbana alla scala paesaggistica. L’attenzione alle posizioni maturate a livello comunitario (con la Convenzione Europea del Paesaggio) e l’esigenza di inquadrare la presenza di reti di centri storici alla scala paesaggistica e ambientale, hanno allargato in modo decisivo i confini di lavoro dell’Ancsa, attraverso un dialogo che ha coinvolto, insieme a Roberto Gambino, Bruno Gabrielli e Cesare Macchi Cassia.
Negli ultimi tempi Gambino è stato membro del Comitato Scientifico dell’Ancsa, dove ha proseguito la sua azione di stimolo, con il suo operare discreto, ma stimolante, portatore sempre di contenuti chiari, profondi e anticipatori di problemi e soluzioni che dalla realtà urbana e territoriale vedeva emergere con le sue capacità analitiche lungimiranti.
Dal 1981 al 2010 è stato Ordinario di Urbanistica presso il Politecnico di Torino, dove nel 1990 ha fondato e diretto il Centro Europeo di Documentazione sulla pianificazione dei Parchi Naturali.
Ma gli ultimi decenni della sua attività sono stati assai intensi, segnati dalla redazione di piani per il Po torinese (1995), poi per il Gran Paradiso, i Colli Euganei, le Alpi Apuane, il Cilento, il Vallo di Diana, i Monti Sibillini, il Vesuvio e il Gargano; a questo impegno concreto si è affiancata la redazione dei piani territoriali e paesaggistici per la Val d’Aosta (1998) e per il Piemonte (2009). Si è trattato di esperienze attraverso le quali Roberto Gambino ha perseguito anche la crescita di un gruppo di collaboratori attenti alle problematiche di scala territoriale e ambientale.
È del 1997 il suo libro Conservare e innovare. Paesaggio ambiente e territorio che ha segnato profondamente la cultura italiana nell’ambito che egli ha maggiormente frequentato.
Presso il Politecnico di Torino, Roberto Gambino è stato direttore del Dipartimento Interateneo Territorio, ed è stato promotore delle nuove classi di laurea in Pianificazione Territoriale, Urbanistica e Paesaggistico-Ambientale, presiedendone il corso di studi dal 2001. Al termine della sua attività didattica universitaria è stato insignito del titolo di Professore Emerito di Urbanistica.
Tommaso Giura Longo
Tommaso Giura Longo (Matera, 1932 – Palermo, 29 giugno 2018)
Architetto. Laureatosi a Roma nel 1959, dal 1961 ha avviato il proprio percorso professionale dando vita allo studio “Benevolo, Giura Longo, Melograni”, autore, tra gli altri, del progetto per l’assetto urbanistico del quartiere fieristico di Bologna, a seguito dell’apposito concorso nazionale. Lo studio “Benevolo, Giura Longo, Melograni” progettò anche il primo nucleo della Fiera del capoluogo emiliano che diede grande visibilità ai giovani architetti, mediante la recensione e la pubblicazione dell’opera su riviste di grande prestigio.
Furono anni di intensa attività progettuale che portarono alla realizzazione di importanti strutture scolastiche e sanitarie, quali il liceo classico “Ludovico Ariosto” di Ferrara (1967), l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Roma La Sapienza (1968), una scuola materna ed una scuola elementare e media a Parma (1969), l’Istituto Tecnico Industriale a Matera (1970).
Intraprese nel frattempo la carriera universitaria presso le Facoltà di Architettura di Firenze e di Palermo, allo IUAV di Venezia, alla Facoltà di Ingegneria di Catania, per approdare infine a Roma “La Sapienza” e concludere l’insegnamento come Professore Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana nella Facoltà di Architettura di Roma Tre.
Nel 1982 aprì a Roma il proprio studio individuale che collaborò con numerosi insigni esponenti del mondo dell’architettura e dell’urbanistica; dalla metà degli anni ’80 molti lavori sarebbero stati svolti insieme all’architetto Teresa Cannarozzo.
La sua attenzione fu sempre indirizzata al recupero di complessi e contesti storici: nel 1983 progettò il Museo dell’Habitat Rupestre a Matera, poi il recupero dell’ex convento di Sant’Anna, nel centro storico di Palermo (1984); suoi sono i progetti pilota per il risanamento dei “Sassi” di Matera (1987), il recupero di due comparti edilizi di Siracusa-Ortigia (1995), la piazza mercato del centro storico di Napoli-Bagnoli (2003).
La dimensione urbanistica lo portò a collaborare con altri colleghi al PRG di Siena (1986), alla predisposizione dei Programmi Biennali di intervento nei Sassi di Matera (1987), alla variante PRG per il centro storico di Caltanissetta (1988). Dal 1982 al 1984 fu consulente del Commissario Straordinario di Governo per la ricostruzione di Napoli.
Questa sua attività lo portò inevitabilmente a incrociare il percorso di ricerca sviluppato dall’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici di cui divenne vicepresidente negli anni ’80. Visse dunque la stagione in cui si manifestano due percorsi strettamente intrecciati: il rafforzamento della dimensione progettuale nelle pratiche di recupero e l’allargamento dello spettro d’azione dell’Ancsa, dal centro storico al paesaggio storico.
Si batte a fondo perché l’Associazione espresse proprie visioni operative sui diversi temi presenti nella vita delle città storiche, secondo un principio che lo portava ad affermare: “non mi interessa dire si o no; mi interessa dire come”. In questo modo Tommaso Giura Longo si è sempre posto alla ricerca delle soluzioni, delle “buone pratiche” attivate dalle amministrazioni pubbliche; e con questo spirito è stato l’ideatore del Premio Gubbio, che ha visto nel 1990 la sua prima edizione e che si è svolto ininterrottamente con una cadenza triennale.
Tommaso Giura Longo è stato autore di numerosi saggi critici e interventi sulle principali riviste specialistiche, collaborando con periodici e quotidiani nazionali. Dal 1992 è ha diretto la collana Quaderni di progettazione edita da Gangemi Editore.
Numerosi sono stati i riconoscimenti assegnati alle sue opere: dal Premio InArch Emilia Romagna (1966) al premio InArch-ANIACAP per tipologie residenziali (1973); ancora l’In-Arch lo premiò nel 1989 per il recupero dei Sassi di Matera, intervento che gli valse, nel 1994, il Premio Europeo di Pianificazione Urbana e Regionale assegnato dalla Commissione Italiana Unesco.
Nel 2015 l’Ancsa ha assegnato a Tommaso Giura Longo un riconoscimento speciale per il contributo assicurato allo sviluppo delle politiche di riqualificazione e rigenerazione urbana attraverso l’attività del Premio Gubbio da lui ideato.
Cesare Macchi Cassia
Cesare Macchi Cassia (Milano, 1935 – 30 settembre 2013)
Architetto. È stato allievo di Ernesto Nathan Rogers, poi assistente di Giovanni Astengo allo IUAV di Venezia, dove è stato tra i docenti del primo corso di laurea in Urbanistica; ha partecipato negli anni ’60 all’esperienza del Piano Intercomunale Milanese lavorando con Giancarlo De Carlo all’Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali (ILSES). Fra il 1962 e il 1983 ha fatto parte dello studio “Bonfanti, Macchi Cassia, Porta”.
Dopo gli anni di docenza veneziana, è approdato al Politecnico di Torino e quindi, definitivamente, al Politecnico di Milano dove è stato Prorettore e Direttore del Dipartimento di Scienze del Territorio. In quella veste ha promosso la pubblicazione della rivista Territorio che ha assunto ben presto grande autorevolezza a livello nazionale.
Nel 1997 è stato fra i promotori della Facoltà di Architettura Civile di Milano-Bovisa, dove ha concluso il suo percorso didattico.
Nel corso della sua attività di professionista e studioso ha approfondito in modo intelligente e attento il rapporto tra piano urbanistico e progetto di architettura, ponendo grande attenzione alla dimensione fisica e ambientale degli insediamenti e alle differenti qualità dell’abitare, mantenendo sempre un profilo professionale di altissimo livello.
L’attenzione ai caratteri della morfologia del territorio ha rappresentato una costante del suo lavoro, esplicitato in numerose ricerche e proposte, quali il Progetto della città attraverso interventi per parti messo a punto per Parma fra il 2000 e il 2001 o la lettura delle nuove centralità nel contesto territoriale milanese affrontata nell’ambito di una ricerca svolta dall’Ancsa fra il 2009 e il 2010 e da lui fortemente voluta e stimolata.
Fra le sue ultime pubblicazioni, il volume Etica, estetica, territorio (2011) rappresenta il lascito morale di Cesare Macchi Cassia, secondo il quale “educare ai valori estetici nei loro legami con l’eticità è un compito più che mai contemporaneo, data la perdita di valori cui assistiamo come derivazione di una grave caduta di tensione culturale, politica e civile”.
Il percorso culturale di Cesare Macchi Cassia si è strettamente intrecciato con quello dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, con la quale ha fattivamente operato dalla metà degli anni ’80, facendo parte del Consiglio Direttivo in modo continuativo e affermando, anche all’interno dell’Associazione, la sua visione sul progetto della città e del territorio che vedeva nella “forma” uno strumento di lavoro da privilegiare a ogni scala d’intervento, con la finalità di ampliare al “territorio urbano” il ruolo dell’architettura.
Alla disciplina che ha coltivato per tutta la vita – e ai suoi cultori – Cesare Macchi Cassia ha sempre chiesto, in modo fermo e addirittura intransigente, di ripensare prioritariamente i propri obbiettivi etici e civili.
Mario Manieri Elia
Mario Manieri Elia (Roma, 1929 – 26 luglio 2011).
Architetto. Laureatosi nel 1954, insieme a Italo Insolera divenne da subito assistente volontario di Leonardo Benevolo. Iniziò la propria attività progettuale nello studio di Ugo Luccichenti, per giungere nel 1966 alla fondazione del gruppo STASS con Giorgio Ciucci, Massimo D’Alessandro e Maurizio Morandi; ma durante tutta il suo percorso professionale avrebbe collaborato con i maggiori protagonisti dell’architettura italiana ed europea.
Tuttavia il suo impegno prevalente fu legato all’insegnamento della Storia dell’Architettura e della Città; dapprima nella Facoltà di Ingegneria di Roma, poi, dal 1968 al 1983, a Venezia, dove diede vita a uno dei gruppi di ricerca più autorevoli a livello internazionale, assieme a Francesco Dal Co e Massimo Cacciari, sotto la guida di Manfredo Tafuri. Tornò poi a Roma, dapprima a La Sapienza poi all’Università di Roma Tre, di cui stimolò la nascita nel 1992.
Oltre a interventi di restauro, recupero urbano e sistemazioni museali in diverse città italiane (da Pistoia a Matera), Mario Manieri Elia fu autore di studi e saggi fondamentali per la comprensione dell’architettura contemporanea, fra cui non si possono non citare L’architettura del dopoguerra in USA (1966); Louis H. Sullivan epigono di un’ideologia (1970); William Morris e l’ideologia dell’architettura moderna (1976); Architettura e mentalità dal classico al neoclassico (1989).
La sua attenzione a Roma lo portò a indagare il rapporto architettura e archeologia, con un’accezione tuttavia lontana dalla logica del “conservare e ripristinare com’era-dov’era”; Fra il 1991 e il 2002 scrisse a tale riguardo i saggi relativi proprio a Roma, per concludere poi con I vissuti dell’architettura. Cinque diadi di protagonisti a confronto (2011).
Mario Manieri Elia è stato attivo nell’INU e, dal 1958, in Italia Nostra; ma è stato certamente tra gli animatori e i protagonisti del Convegno Nazionale per la Salvaguardia e il Risanamento dei Centri Storici (Gubbio 17-18-19 settembre 1960) e – ancor più – l’estensore materiale, insieme ad Antonio Cederna, della “Carta di Gubbio” approvata come atto conclusivo di quel Convegno.
A sottolineare questo suo impegno giungono le parole scritte da Giuseppe Campos Venuti nel 2011: «Mario Manieri Elia è stato uno dei primi giovani ad occuparsi di urbanistica romana, mostrando fin dal principio un forte interesse per il centro storico. Lo ricordo negli anni Cinquanta fra quelli impegnati nella battaglia dell’INU e di Italia Nostra, contro l’attuazione del piano Piacentini, che proponeva una strada di grande traffico tra piazza Augusto Imperatore e via Veneto, sventrando il “Tridente” e traforando il Pincio. […] Partecipò attivamente a questi avvenimenti e quando Quaroni progettò i due numeri monografici di Urbanistica su Roma, fu uno dei giovani chiamati a firmarne uno dei testi coraggiosi e informatissimi. […] Prese parte al convegno di Gubbio sulla “salvaguardia e il risanamento dei centri storico-artistici”, il convegno che ufficializzò la questione dei centri storici, dando vita alla Associazione che poi ha avuto un ruolo decisivo nella cultura urbanistica italiana. E in quel convegno la relazione più importante […] è indubbiamente quella di Antonio Cederna e di Mario Manieri Elia.
In quel testo c’è scritto tutto. C’è il ricordo della ricerca compiuta per superare […]la concezione ottocentesca di monumento, che pure aveva meritoriamente affermato la necessità di conservare una parte del passato, quale testimonianza delle eredità da trasmettere al futuro. Formalizzando, però, che oggi il monumento da conservare non è più una chiesa o un palazzo, ma “tutta la città storica, tutto l’insieme della sua struttura urbanistica, quale si è venuta lentamente componendo dei secoli”. […] A questa premessa storico critica, semplice e radicale, il testo di Cederna e Manieri Elia fa seguire, con altrettanta semplicità e decisione, la descrizione del metodo di intervento. Negando subito la possibilità di agire isolatamente con operazioni esclusivamente architettoniche, affermando la necessità di una concezione urbanistica, che collochi la gestione dei tessuti storici ”nell’ambito di tutto il comprensorio urbano… In un quadro che solo un piano urbanistico può comporre. Solo un piano regolatore illuminato e moderno, che attribuisca ad ogni settore della città una conveniente destinazione, può garantire la salvaguardia dei centri storici; … preservandoli da sventramenti e manomissioni, ma impedendo anche che vengano accerchiati e soffocati”».
Roberto Pane
Roberto Pane (Taranto, 23 novembre 1897 – Sorrento, 29 luglio 1987)
Architetto e storico dell’architettura. Dopo aver preso parte alla Grande Guerra, si iscrisse nel 1919 all’Accademia delle Belle Arti di Napoli per il corso speciale di Architettura; poi, sul finire del 1920, si trasferì a Roma presso la neonata Scuola superiore di Architettura, istituita da Gustavo Giovannoni.
A Roma, Roberto Pane subirà l’influenza di due figure antitetiche, ma complementari: Gustavo Giovannoni e Benedetto Croce; quest’ultimo avrebbe esercitato su di lui una profonda influenza sul piano estetico ed etico che durerà per tutta la vita. A Giovannoni sarebbe invece rimasto legato fino alla fine degli anni Trenta, pur mantenendo una certa autonomia rispetto ai suoi principi compositivi.
In effetti, i primi incarichi professionali di Roberto Pane vennero proprio veicolati dal suo “maestro”, assieme al quale collaborerà, fra il 1926 e il 1927 al piano regolatore di Napoli.
A partire dal 1930, ottenuta la libera docenza in Architettura Generale, fu incaricato di Scenografia presso la Scuola Superiore di Architettura di Napoli, dove avrebbe insegnato per tutti gli anni ’30; poi, divenuto professore ordinario di Storia dell’Architettura dal 1942, fu chiamato dalla Facoltà di Architettura di Napoli, dove svolse una lunga attività d’insegnamento, rivolta anche ai problemi della conservazione e del restauro.
Sfollato a Sorrento nei mesi di più intenso bombardamento di Napoli, vi incontrò di nuovo Benedetto Croce con cui si stabilì una frequentazione quotidiana di cui Pane scriverà in seguito, definendo il filosofo come “l’uomo che mi ha più di ogni altro ispirato ammirazione e riverenza”. All’indomani della caduta del fascismo, vissuta in prima persona con la partecipazione all’assalto del Fascio di Sorrento, si avvicinò al Partito d’Azione, all’interno del quale cercò di comporre gli ideali azionisti con quelli liberali.
Nell’immediato dopoguerra Roberto Pane si impegnò in prima persona nella ricostruzione partenopea, ma anche dell’intero Paese, ampliando i propri interessi verso il campo del restauro dei monumenti, disciplina che praticò per oltre vent’anni, a partire dal 1950, presso la Facoltà di Architettura di Napoli. Si occupò del restauro di Santa Chiara e della sua insula, ma orientò anche diversi restauri del patrimonio architettonico danneggiato dalla guerra, tra cui il Tempio Malatestiano di Rimini, attraverso la partecipazione alla Commissione Consultiva per le Antichità e le Belle Arti.
A livello teorico divenne uno dei principali esponenti della scuola del restauro critico, assieme a Cesare Brandi e Renato Bonelli; nel 1949 fu chiamato come esperto di restauro architettonico presso l’Unesco. Nella primavera del 1962 fu visiting professor all’Università della California a Berkeley. Nel 1969 fondò a Napoli la Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti, divenuta oggi la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio.
L’impegno civile di Roberto Pane lo portò ad appoggiare tutta una serie di tentativi di rinnovamento del Paese: fu vicino ad Adriano Olivetti e al suo circolo di impegno sociale e intellettuale che riprendeva il pensiero dello statunitense Lewis Mumford, poi si avvicinò alle idee di Theodor Adorno, schierandosi accanto agli studenti che chiedevano una radicale riforma della società.
Figura di primo piano del panorama intellettuale nazionale, partecipò a riflessioni e dispute culturali fino agli ultimi anni della sua vita, soprattutto in campo architettonico, urbanistico ed ambientale.
Fu sostenitore deciso della riqualificazione della città storica e del paesaggio, portò avanti una lotta senza quartiere contro ogni speculazione edilizia, soprattutto nella battaglia sua Napoli. E su questi principi inevitabilmente entrò in contatto con gli intellettuali che avevano dato vita all’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici e, in modo particolare, con Antonio Cederna, rivendicando il valore dell’edilizia minore dei centri antichi, esigendone la conservazione insieme ai monumenti ed estendendo tali principi oltre i limiti della città, fino all’ambiente naturale.
L’ultimo suo impegno professionale consistette nel Piano Territoriale Paesistico della penisola sorrentino-amalfitana, redatto assieme a Luigi Piccinato e approvato nel 1987, senza il quale probabilmente quel suggestivo lembo di territorio sarebbe stato totalmente deturpato dalla speculazione edilizia.
Ludovico Quaroni
Ludovico Quaroni (Roma, 28 marzo 1911 – 22 luglio 1987)
Architetto e urbanista. Ha studiato presso l’Istituto di Architettura dell’Università di Roma, dove si laureò nel 1934; abilitato all’esercizio della professione, aprì uno studio con Francesco Fariello e Saverio Muratori, con i quali partecipò a concorsi di architettura, risultando vincitore, nel 1937, del concorso per la piazza Imperiale dell’E42, uno dei complessi dell’EUR la cui costruzione cominciò prima della guerra per concludersi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del 1960, in occasione delle Olimpiadi romane.
Collaborò con studi di grande prestigio: a Roma con il GUR (Gruppo Urbanisti Romani) di cui facevano parte Marcello Piacentini e Luigi Piccinato; a Milano con Luigi Figini e Gino Pollini, poi con lo studio BBPR nato dal sodalizio tra Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers.
Ma il suo impegno professionale si interruppe nel 1940 quando venne chiamato alle armi e inviato in Libia dove nel febbraio 1941 venne fatto prigioniero dalle truppe inglesi e detenuto in India. Rientrò in patria solo all’inizio del 1946.
Nell’immediato dopoguerra Ludovico Quaroni fu tra i soci dell’Associazione per l’Architettura Organica fondata da Bruno Zevi nel 1945, e partecipò, insieme con Francesco Fariello e Mario Ridolfi, al concorso per la Stazione Termini a Roma (1947). Nel 1948 insieme a Ridolfi, progettò uno dei quartieri più significativi nell’esperienza urbanistica italiana: il Tiburtino.
Appartiene al complesso di opere che Quaroni realizzò nel dopoguerra anche la chiesa di Francavilla al Mare (1949-58), un’architettura semplice, frutto della collaborazione con lo scultore Pietro Cascella.
Dal 1947 al 1951 Ludovico Quaroni fu vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e sviluppò il suo impegno nella redazione di alcuni piani urbanistici, come quelli di Ivrea (1952), Roma (1954), Ravenna (1956-57) e Bari (1965).
Oltre alla pratica di architetto e urbanista, svolse una intensa attività didattica: fu incaricato di Storia della critica urbanistica a Roma fra il 1949 e il 1951; poi di Urbanistica alle università di Roma e a Napoli, fra il 1951 e il 1955, anno in cui vinse il concorso per la cattedra di Urbanistica a Firenze, dove insegnò fino al 1964, allorché fu chiamato a Roma a coprire il ruolo di ordinario nella cattedra di Composizione architettonica rimasta vacante per la morte improvvisa di Adalberto Libera.
A Roma insegnò dal 1965 al 1981, ricoprendo anche il ruolo di Direttore dell’Istituto di Progettazione. Fu visiting professor presso il Massachusetts Institute of Technology e responsabile per le relazioni culturali tra le Università di Roma e di Teheran.
Svolse anche una intensa attività divulgativa e convegnistica; e proprio in questa veste entrò in contatto con l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, con cui aprì un dialogo stimolante e proficuo fra gli anni ’70 e ’80.
Risultò vincitore di numerosi premi, tra i quali il Diplome de Grand Prix all’Exposition internationale de l’urbanisme et de l’habitation nel 1947, e ricevette più volte la targa IN/Arch (Istituto Nazionale di Architettura), oltre a riconoscimenti in sei edizioni della Triennale di Milano (1936, 1940, 1947, 1951, 1954 e 1960).
Nel 1967 raccolse i suoi scritti sulla città nel volume La Torre di Babele, affrontando il problema del disegno per la città moderna, cioè della necessità e possibilità di riconfigurare le metropoli attraverso nuovi strumenti progettuali. Dieci anni dopo diede alle stampe Progettare un edificio. Otto lezioni di architettura, rivolgendosi agli studenti di architettura con a un testo fondamentale per la didattica della progettazione.
Marco Romano
Marco Romano (Milano, 28 settembre 1934 – 10 gennaio 2025)
Architetto e urbanista. Laureato in Architettura al Politecnico, avviò nel 1961 la propria attività professionale in studio con Mario Bellini – in seguito con Augusto Cagnardi – impegnandosi sul terreno dell’architettura e dell’urbanistica. In quello stesso anno avviò la propria carriera universitaria come assistente di Giovanni Astengo allo IUAV di Venezia, dove poi divenne professore e, infine, Direttore del Dipartimento di Urbanistica dal 1978 al 1982.
Avrebbe poi insegnato a Palermo, Genova (dove è stato coordinatore del dottorato di ricerca su Teorie e metodi della progettazione), all’Accademia di Architettura di Mendrisio e alla Facoltà di Architettura di Ginevra, dove ha insegnato Esthétique de la Ville.
L’estetica della città è stato il tema attorni al quale si è sviluppata la lunga riflessione di Marco Romano e che egli ha saputo trasporre in tutti gli ambienti e in tutte le attività che ha animato. Dal 1977 al 1984 infatti ha diretto la rivista Urbanistica; nel 1988 è stato direttore scientifico della sezione italiana alla XVII Triennale di Milano, che ha avuto come tema Le città del mondo: il futuro delle metropoli. Ha poi collaborato con il Corriere della Sera e con la Voce.
Nelle sue opere teoriche – da L’estetica della città europea (1993) a La città come opera d’arte (2008) – Marco Romano ha sostenuto che le città italiane ed europee debbano venire progettate e disegnate con il proposito di renderle “belle” in coerenza con i canoni che hanno presieduto alla loro costruzione e che le hanno rese ineguagliabili.
Questa convinzione gli derivava dall’aver vissuto in prima persona la stagione della riscoperta dei centri storici italiani e dall’aver studiato, analizzato e “ritratto” decine di città italiane ed europee; su questi temi il suo percorso culturale si è intrecciato con quello dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, che ha sempre trovato in lui punti di vista stimolanti e non scontati, sia nei seminari di studio interni, sia nei convegni a cui ha partecipato.
Nel 2005 ha svolto una relazione nell’evento organizzato a Firenze sul tema Turismo e centri storici nell’Italia contemporanea e nel suo intervento ha parlato della città, nel suo insieme, come opera d’arte unitaria; riteneva doveroso assegnare l’interesse prioritario al tessuto abitativo, nelle cui forme i cittadini presentano sé stessi, realizzano la propria autorappresentazione. In questa sua accezione estetica globale, non riferita solo ai grandi monumenti da sempre ammirati, la città esercita la propria capacità attrattiva che si manifesta nella crescita di un turismo inevitabilmente diffuso, ma distensivo e intelligente.
Marco Romano ha sempre continuato a credere nel progresso della civiltà urbana, in tutte le sue espressioni, legando anche i fenomeni dell’oggi al percorso evolutivo a cui l’uomo da milioni di anni sta dando vita.
Lo ha ricordato ancora, di recente, partecipando a una riflessione collettiva svolta dall’Ancsa nei lunghi mesi del lockdown; aveva concluso la sua riflessione con il suo forte invito: “Non abbiate paura di pensare”.
Giuseppe Samonà
Giuseppe Samonà (Palermo, 8 aprile 1898 – Roma, 31 ottobre 1983)
Architetto e urbanista. Si laureò in Ingegneria civile nel 1922 con Ernesto Basile, presso la Regia scuola di ingegneria di Palermo. La sua carriera accademica iniziò nel 1927 con l’invito a collaborare presso la Scuola superiore di ingegneria di Messina come assistente alla cattedra di Disegno d’ornato e Architettura elementare di Enrico Calandra, che Samonà riconobbe come suo unico maestro.
Ottenuta la libera docenza in Architettura generale sul finire del 1930, fu chiamato a Napoli, dove ricoprì l’incarico di Applicazioni di geometria descrittiva presso la Regia Scuola superiore di architettura. È di questo stesso anno un suo viaggio a Parigi in occasione della mostra dei progetti del concorso per il palazzo della Società delle Nazioni, dove ebbe modo di studiare la proposta di Le Corbusier, traendone una lezione decisiva sulla dimensione urbana del progetto.
Nei primi anni di attività, fra il 1923 e il 1926, Samonà collaborò con l’ingegner Riccardo Gesugrande a Palermo, e partecipò a numerosi concorsi di architettura; ma la sua prima opera realizzata riguardò la Villa Comunale di Catania realizzata nel 1930 in collaborazione con Camillo Autore; i due progettisti vinsero anche il concorso, bandito nel 1929, per la ricostruzione della Palazzata a mare di Messina costituita da una cortina di tredici edifici, stilisticamente omogenei, collegati da porte monumentali, la cui realizzazione si protrasse dal 1930 al 1958.
Nel dibattito architettonico di quegli anni Samonà non si schierò con i razionalisti; la sua cauta accettazione della modernità lo condusse a una ricerca figurativa, del colore e della decorazione, capaci di interpretare i singoli temi progettuali senza mai ripetersi in soluzioni omologate.
Proseguì anche negli anni ’30 la sua attività progettuale, ma una svolta importante nella sua carriera avvenne nel 1936 quando vinse il concorso per la cattedra di Disegno architettonico e Rilievo dei monumenti allo IUAV di Venezia, dove rimase fino al 1971. Qui dal 1938 iniziò un lungo sodalizio professionale e accademico con Egle Renata Trincanato che, all’inizio degli anni ’60, avrebbe rappresentato l’anello di connessione fra Samonà e le idee promosse dall’appena costituita Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici.
In quegli anni espresse compiutamente la propria convinzione circa l’unità fra architettura e urbanistica che costituiva la base teorica del suo progettare: riteneva lo studio sociale e urbano indispensabile per un’impostazione corretta del progetto, a qualsiasi scala. Ne furono esempio, nel 1960, i progetti per il concorso per il piano regolatore di Messina.
Ma tornando alla carriera accademica, a Venezia dal 1945 Samonà fu direttore dello IUAV, che riorganizzò in modo del tutto singolare, coinvolgendo personalità di rilievo in ambito nazionale che concorsero dare vita a una scuola di eccellenza. Bruno Zevi, Carlo Scarpa, Luigi Piccinato, Franco Albini, Ignazio Gardella, Giovanni Astengo, Giancarlo De Carlo, Saverio Muratori furono chiamati a completare il corpo docente per un corso di studi che vedesse la didattica ispirata all’unità tra architettura e urbanistica.
Divenuto ordinario di Progettazione architettonica nel 1970, Giuseppe Samonà avviò l’ultima sua esperienza didattica a Palermo dove ebbe un ruolo di riformatore della didattica della progettazione, che si espresse nella scelta dei temi del corso svolti alla scala della città e del paesaggio. Dei primi anni ’70 è l’ultima opera realizzata da Giuseppe Samonà, in collaborazione con il figlio Alberto: il teatro di Sciacca (1974), considerato dalla critica una delle opere architettoniche più significative di quel decennio.
Dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976 fu Senatore della Repubblica, all’interno del gruppo della Sinistra Indipendente, a cui Samonà aderì fin dal suo esordio in politica. I più importanti riconoscimenti che gli furono tributati risalgono al 1949, allorché divenne membro onorario del Royal Institute of British Architects e membro della componente italiana del Comitato Internazionale d’Architettura Moderna.
Due testi fondamentali ed emblematici della sua ricerca culturale e tecnica,
L’urbanistica e l’avvenire delle città (1959) e L’unità di architettura e urbanistica (1975), hanno rappresentato a lungo punti di riferimento per la cultura architettonica e urbanistica italiana.
Roberto Spagnolo
Roberto Spagnolo (Brindisi, 1951- Pavia, 21 luglio 2015)
Architetto. Si è laureato presso il Politecnico di Milano, dove ha poi svolto la sua attività accademica come Ordinario in Progettazione Architettonica e Urbana, dal 1992.
È stato membro della Giunta di Presidenza della Facoltà di Architettura del Campus Leonardo e condirettore, dal 1987 al 2007, dei Seminari Internazionali di Progettazione Architettonica e Urbana di Bergamo, organizzati dalla medesima Facoltà di Architettura. Tra il 2005 e il 2008 è stato Visiting Professor presso il New York Institut of Technology di New York.
Fin dagli anni ’80 ha partecipato a numerosi programmi di ricerche in merito alla definizione di nuove tipologie dello spazio pubblico compatibili con le esigenze di sostenibilità e compatibilità ambientali. Ha partecipato a numerosi concorsi di progettazione, ricevendo diversi premi e riconoscimenti.
Ha collaborato con Bruno Gabrielli per gli aspetti progettuali e morfologici nella redazione dei piani urbanistici di Pisa, Piacenza e Parma degli anni ’90, contribuendo ad aprire prospettive nuove capaci di introdurre il disegno urbano all’interno degli strumenti di pianificazione.
Dal 2005 al 2010 ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della società Porta Sud per la riqualificazione delle aree ferroviarie di Bergamo.
Dal 2005 al 2015 è stato membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Nazionale Centri Storici e Artistici dove ha portato il suo contributo originale, sempre finalizzato a cogliere le possibili forme di riqualificazione insite nelle problematiche che l’Ancsa si trovava a valutare e ad affrontare.
Nell’ambito dell’Associazione ha partecipato a ricerche sulla qualità dello spazio pubblico, sulla lettura delle nuove centralità e sulla conseguente articolazione dei contesti urbani, nonché sui modi di governo delle trasformazioni in atto nei centri storici.
A questo proposito, il messaggio che ha lasciato era volto a non rinunciare al riuso del patrimonio esistente nella sua integrità, ma avendo sempre cura e consapevolezza della grande fragilità che caratterizza i contesti storici.
Roberto Spagnolo ha svolto una rilevante attività convegnistica e pubblicistica: nel corso degli anni ’90 ha curato l’edizione di Architettura delle relazioni e di Architettura dei luoghi urbani: nodi e margini per la casa editrice Guerini e Associati; nel 2017 è stato pubblicato, postumo, dall’editore Maggioli il suo testo contenente “9 Lezioni di architettura. Elementi per il progetto”.
Antonino Terranova
Antonino Terranova (Roma, 2 aprile 1942 – 3 novembre 2011)
Architetto. Fu intellettuale attento a cogliere il segno delle mutazioni contemporanee. Ha sviluppato il suo percorso professionale prevalentemente nell’ambito della didattica e della ricerca, lasciando spazio tuttavia anche al progetto di architettura, declinato come chiave per il riuso dell’esistente. Con questo spirito si avvicinò sia alla pratica del restauro, sia allo studio e alla ricerca di una possibile rifunzionalizzazione del Corviale, nella periferia sud-ovest di Roma.
Antonino Terranova ha insegnato Progettazione architettonica all’Università “La Sapienza” di Roma, dove ha diretto il Dipartimento di Architettura e Analisi della città e il Laboratorio Grandi Temi del Dipartimento di Architettura.
La sua attività convegnistica e nel campo della ricerca è stata intensa: tra i libri da lui pubblicati si ricordano Città sognate (1977), che lo fece conoscere come studioso attento alle utopie urbane; poi Le Città & i Progetti. Dai centri storici ai paesaggi (1993), frutto del suo intenso legame con l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici. Più tardi avrebbe pubblicato Mostri metropolitani (2001) e, con Alessandra Criconia, La qualità dell’urbano (2009).
Il suo impegno nell’Ancsa è stato duraturo e intenso: ha fatto parte per un trentennio del Consiglio Direttivo, ricoprendo il ruolo di Segretario Tecnico negli anni ’90, quindi di Vicepresidente dal 2005 fino al 2011. La sua attenta osservazione dei fenomeni in atto nell’ambito urbano e territoriale, gli permettevano di cogliere temi anche controversi che poneva via via all’attenzione dell’Associazione.
Nel 1981 coordinò i lavori di un convegno che si intitolava provocatoriamente Siamo oltre la fase del recupero? Poi, negli anni ’90 propose una riflessione stimolante sul “progetto della sottrazione” che poneva l’attenzione – anche attraverso una mostra organizzata nel Palazzo Ducale di Gubbio – sulla opportunità di riqualificare la città esistente anche attraverso demolizioni mirate e volte a migliorare la dotazione e la qualità degli spazi urbani.
Di fronte alle trasformazioni funzionali subite dai centri storici fra Novecento e Duemila, interrogò il mondo della cultura sulla condizione di “desertificazione urbana” che caratterizzava sia le aree urbane centrali, sia la città esistente nella sua complessità. Si ponevano così le basi per riflettere su quello che si sarebbe poi definito il fenomeno di “periferizzazione” dei centri storici.
Tanto preziosi e stimolanti sono stati i suoi scritti, che, a settant’anni dalla sua nascita, i suoi collaboratori, colleghi e amici, ne hanno omaggiato la figura con un reading presso la Casa dell’Architettura di Roma, costruito con le parole e le immagini che Tonino Terranova ha lasciato, “ricombinate in un collage, così come lui amava fare alla maniera dei surrealisti”.
Alessandro Tutino
Alessandro Tutino (Milano, 8 agosto 1926 – Verona, 15 settembre 2022)
Architetto e urbanista. Si è laureato presso lo IUAV di Venezia nel 1953, avviando da subito una intensa attività di progettazione nell’ambito del Collettivo di Architettura di Milano; impegnato nel settore dell’edilizia economica e popolare (edifici Ina Case, cooperative di abitazione), ma attivo anche nel campo della pianificazione urbanistica. Portava in questa sua attività professionale la cultura e i valori che aveva maturato durante la sua esperienza partigiana, fra il 1944 e il 1945.
Ben presto tuttavia la pratica dell’urbanistica ha assunto la priorità nel suo percorso professionale, come consulente per il Piano Intercomunale Milanese (1962/1969), poi per il Piano Intercomunale Bolognese (1963/1965) e per il Piano Intercomunale Imolese (1964/1967).
Proprio la sua vasta attività professionale svolta fra gli anni ’50 e ‘60, indussero Giovanni Astengo, dopo l’avvio del Corso di Laurea in Urbanistica (1972) a chiamare Alessandro Tutino a coprire l’insegnamento di Progettazione urbanistica. A Venezia, egli sarebbe rimasto fino al 1988, proponendo la propria esperienza maturata nella pratica concreta dell’urbanistica e manifestando le sue considerazioni critiche sugli esiti dei piani redatti nei primi decenni de dopoguerra.
Lasciò la città lagunare per trasferirsi, come professore ordinario di Pianificazione territoriale, all’Università della Calabria (dal 1988 al 1996), dove ha diretto anche il Dipartimento di Pianificazione territoriale della stessa Università.
Nel frattempo Alessandro Tutino aveva presieduto (dal 1972 al 1977) la Sezione Lombardia dell’INU, per assumere poi la presidenza nazionale dal 1977 al 1983. La conclusione di questa sua esperienza risultò traumatica: a seguito delle contrapposizioni che precedettero il XVII Congresso di Genova, venne deciso un cambio di presidenza e Tutino venne addirittura escluso dal Consiglio Direttivo dell’Istituto.
Il suo contributo culturale e la sua esperienza professionale lo avevano portato, già negli anni ’70, a dialogare con l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, con la quale il confronto e la collaborazione si intensificarono a partire dagli anni ’80. In effetti fino al 2018 Alessandro Tutino fu membro degli organi associativi dell’Ancsa.
In questo frangente, si dedicò intensamente alla ricerca disciplinare, cercando di individuare possibili sbocchi nel momento in cui prendeva forma quella che egli giudicava “l’inutile contrapposizione fra piano e progetto”. Gli esiti di questa riflessione si sedimentarono nel volume L’efficacia del piano (1986) dove postulò, tra l’altro, un superamento della legislazione urbanistica nazionale allora vigente.
Negli anni successivi, insieme al Consiglio Direttivo dell’Ancsa, avrebbe partecipato alla stesura della seconda Carta di Gubbio del 1990 (che vide il contributo anche di Giovanni Astengo), dove Tutino volle sottolineare, in particolare, le criticità vissute dalle città italiane ed europee, evidenziandone le problematiche, ma delineando, al tempo stesso, temi e strumenti all’altezza delle esigenze della riqualificazione urbana che già si prefigurava – in termini politici e tecnici – alle soglie del terzo millennio.
Alessandro Tutino proseguì nel suo impegno di urbanista ancora nel trapasso verso il nuovo millennio, lavorando al piano regolatore di San Donato Milanese (1992) e di Paola (1997); e ancora al piano di san Basile nel 2004, per interessarsi poi del Piano Ambientale del Parco dell’Adige nel 2007 e, nello stesso anno, del Piano di assetto territoriale di Sommacampagna.
Anche in quest’ultima fase della sua attività professionale erano rimaste ammirevoli la sua energia, la competenza maturata nei decenni del suo impegno in urbanistica e, soprattutto, la sua integrità e la sua grande umanità.