1970-1979: Il centro storico come risorsa e le ipotesi per il suo corretto riuso
All’inizio del nuovo decennio il problema dei centri storici si presenta ancora largamente irrisolto in termini giuridici, finanziari, legislativi. Restano ignote le sue dimensioni quantitative e qualitative; nulla si conosce dello stato di conservazione o del milieu socio-economico. La “questione dei centri storici” che ha alimentato le analisi di una élite culturale attenta a coglierne gli aspetti estetici e documentari non ha avuto risposte sul piano istituzionale: astratta, perché distante dagli interessi della collettività, sembra non avere futuro.
Partendo da tali constatazioni l’ANCSA tenta il collegamento tra questo problema e quello sintetizzato nella dizione “questione urbana” evidenziato dagli studi dei sociologi e degli economisti di impostazione marxista e posto drammaticamente alla ribalta dalla crisi che ha investito la città, le sue strutture, la società urbana. Si fa strada la necessità di chiarire le ragioni reali, strutturali appunto, che motivano, all’interno delle più generali trasformazioni territoriali, l’uso distorto – e l’abuso – della parte più antica e più fragile della città, per poter individuare, di conseguenza, direzioni di indagine che conducano alla formulazione di più concreti obiettivi.
È quanto propone Bruno Gabrielli, Segretario Tecnico dell’ANCSA, nel documento introduttivo al Seminario di Gubbio (1970) che si apre al contributo di studiosi esterni all’Associazione – tra questi un gruppo di economisti – invertendo provocatoriamente l’ordine tradizionalmente attribuito alle molte variabili del problema.
L’emblematica definizione di centro storico come bene economico, «patrimonio disponibile per l’intera società […] con più o meno capacità di rendita sia in termini finanziari, sia in termini di uso sociale», che sostituisce e comprende quella di bene culturale, segna l’inizio del nuovo itinerario di lavoro seguito dall’ANCSA, ampiamente riflesso dal dibattito sui centri storici e dalle realizzazioni esemplari degli anni ’70. Tra i quesiti posti dal documento introduttivo suscita immediato interesse quello relativo all’abitazione popolare nei centri storici.
Bernardo Secchi si chiede – delineando uno dei percorsi di ricerca degli anni seguenti – se il fabbisogno di case in Italia raggiunga davvero livelli così alti. Molti degli intervenuti – tra essi Francesco Indovina e Cesare Macchi Cassia – sostengono la necessità di sensibilizzare al problema e coinvolgere strati più ampi della popolazione.
Ancora, si propone di elaborare “criteri di identificazione” dei centri storici o degli ambiti da analizzare alla luce di nuove metodologie di ricerca; ci si interroga sui meccanismi che provocano l’espulsione della popolazione residente dalle aree più centrali e più ambite della città, quasi sempre le più antiche; si pone anche il problema della valutazione del degrado che – lo ricorda Giovanni Astengo – non è caratteristica esclusiva del centro storico, costruito con materiali che ne hanno consentito la secolare sopravvivenza, e dunque della manutenzione come risposta alternativa alla speculazione e all’abbandono programmato degli edifici.
Con queste premesse, individuate le questioni di maggior peso che trovano un primo importante momento di verifica nell’ambito del Convegno di Bergamo (1971), il complesso tema dei centri storici torna nella sfera disciplinare dell’urbanistica e dell’analisi territoriale.
Il documento ANCSA individua tre categorie: centri storici di grandi aree metropolitane, centri storici inseriti in aree dalla lenta dinamica di sviluppo, centri storici appartenenti ad aree a sviluppo zero, rispettivamente caratterizzati da pesanti processi di rinnovo con sostituzione dei residenti, da progressivo esodo della popolazione verso nuovi quartieri, da completo abbandono.
Per la prima volta nella storia dell’urbanistica italiana il rapporto città nuova-città esistente sembra aver invertito i suoi termini: la critica sempre più esplicita ai modi e ai risultati dello sviluppo, all’idea stessa della città in perenne crescita, riporta alcuni dei grandi temi affrontati dalla cultura urbanistica – l’abitazione, l’uso-gestione dei servizi e degli spazi urbani – all’interno del tessuto edilizio esistente proprio a partire dal nucleo più antico della città, dal centro storico.
Le nuove possibilità offerte all’Ente pubblico dalla Legge 865/71, Riforma della casa sono al centro del Convegno di Genova (1972), dove A. Predieri interpreta l’art. 55 della legge in modo da rendere possibile l’applicazione dell’esproprio per pubblica utilità ai fini di risanamento nel centro storico, nelle aree della residenza considerata un pubblico servizio.
L’ANCSA è presente anche al Convegno tenuto a Venezia nel 1973 sotto gli auspici della Gescal, Ente finanziatore di interventi di risanamento in dieci città d’Italia. La fase gestionale e operativa di tali interventi sarà seguita con attenzione dal gruppo di ricerca ANCSA.
Sono anni di intensa attività per l’Associazione che da un lato raccoglie i segnali e gli stimoli proposti dalla società urbana che rivendica il suo “diritto alla città”, dall’altro tenta di trasferire le linee portanti del disegno complessivo diretto alla riqualificazione dei centri storici e delle strutture urbane esistenti a livello istituzionale.
Nel 1974 l’ANCSA promuove due Convegni, il primo dei quali, a Salerno, è dedicato ai problemi dei centri storici del sud; il secondo, a Vicenza, presenta per la prima volta sotto forma di relazioni-base i risultati delle ricerche raccolte sotto il titolo Riequilibrio territoriale e centri storici. Tra gli elementi rilevati dalle ricerche si deve sottolineare l’interesse che operatori del settore pubblico e soprattutto privato vanno rivolgendo in modo sempre più massiccio al patrimonio edilizio esistente, non soltanto entro i limiti ideali del centro storico.
Il Convegno-Congresso straordinario ANCSA di Viterbo (1975) propone al numeroso pubblico degli intervenuti cinque Dichiarazioni da discutere in altrettanti seminari di lavoro. Esse segnano probabilmente il culmine della ricerca sostenuta in base alle istanze politiche e sociali emerse all’inizio degli anni ’70, ma anche il momento di massima scissione rispetto alle proposte avanzate a livello istituzionale.
Il Congresso di Viterbo è segnato da questa interna contraddizione, nonostante il grande successo di pubblico e di critica che accompagna l’iniziativa. Oltre ai dati e ai nodi messi in luce dall’analisi delle esperienze in fase gestionale, un’altra importante problematica discussa, e relativamente inesplorata, riguarda “i problemi dell’intervento progettuale” nei centri storici, tema reso attuale dall’esito divergente di esperienze esemplari in atto (vedi ad esempio le scelte opposte di Bologna e di Pesaro).
È opinione dell’ANCSA che il centro storico non possa essere isolato dalla città: operare nel costruito vuol dire quindi progettare in modo unitario il sistema di servizi e spazi pubblici sfruttando la maggior concentrazione di valori simbolici e semantici piuttosto che semplicemente funzionali presenti nella parte antica della città. Questo presuppone l’analisi strutturale della città, dove la struttura socio-economica non è dissociabile dalla struttura fisica, dove l’attenta lettura non può che rilevare le differenze esistenti tra caso e caso e, all’interno del centro storico, tra le parti che lo costituiscono. Considerazioni che conducono il problema – per quanto attiene alla metodologia di intervento – alla sfera del progetto: progetto di architettura, progetto per la città.
Vecchi e nuovi termini ritorneranno, non a caso, nella formulazione delle “categorie d’intervento” previste dal titolo IV della Legge 457/78 che con Piano Decennale Casa e l’equo canone, modificano, in chiusura dei “difficili” anni ’70, il quadro legislativo in materia di urbanistica ed edilizia residenziale, introducendo correttivi e novità senza alterare profondamente la logica dei provvedimenti vigenti.