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1980-1989: Dal progetto della città esistente al piano di riqualificazione urbana

La “stagione romana” dell’ANCSA si svolge all’insegna del progetto, o meglio della progettualità, in base alla quale impo­stare la revisione critica delle problematiche legate all’intervento sul patrimonio edilizio esistente. Il parziale insuccesso del progetto globale varato dall’Associazione nel corso degli anni ’70, coincide con la rinascita invocata del progetto di architettura, o comunque di un progetto parziale, limitato nello spazio e nelle intenzionalità.

Questo nuovo corso permea anche il dibattito in seno all’ANCSA che riprende nel 1981 ancora da Gubbio con un seminario che nel titolo propone un quesito provocatorio: Siamo oltre la fase del recupero?

Il documento introduttivo di Antonino Terranova, senza proclamare la necessità di una nuova svolta, prende le distanze dalla storia più e meno recente dell’ANCSA, per proporre una nuova via: quella di un progetto, da ridefinire mediante il concorso di tutte le specialità disciplinari, che attribuisca alla tutela il nuovo significato di “gestione delle trasformazioni”. La partecipazione composita al Seminario – architetti compositivi e urbanisti, amministratori, ricercatori e operatori, restauratori, tecnologi, storici dell’arte – provoca un dibattito vivace ricco di spunti dialettici che riconoscono la validità della linea interpretative scaturita dalla Carta di Gubbio, sottolineando comunque la carenza di criteri operativi che hanno prodotto recuperi-farsa condotti con poca convinzione dall’Ente locale.

Non si può parlare di progetto senza premettere ad esso quel complesso di conoscenze ineludibili e irrinunciabili riguar­danti il costruito, il suo divenire, fino alle attuali condizioni di uso e di degrado; ma occorre evidenziare che progettualità può voler dire abbandonare l’eredità desueta pervenuta da quel fronte conservazionista che si opponeva negli anni ’50 alla distruzione dei centri storici e pensare, al contrario, con una nuova immaginazione, la città esistente e le sue possibilità di trasformazione.

Il Seminario di Lucca (1982) riprende e precisa le tematiche avviate a Gubbio l’anno precedente. Il tema generale Per una progettualità del riuso è articolato in tre sezioni. La discussione su ognuno dei temi costituisce la base per il IX Convegno Congresso dell’Associazione e la messa a fuoco di direzioni di lavoro sulle quali aggregare competenze diversificate. Le difficoltà di praticare correttamente una politica del recupero a livello locale, nascono soprattutto da carenze disciplinari, oltre che dalla non conoscenza delle diverse situazioni territoriali e locali.

I nuovi indirizzi proposti dall’ANCSA fanno proprio l’invito del Segretario Tecnico a pensare al progetto soprattutto in termini di ri-definizione, di ri-disegno della città esistente.

Sulle direzioni di lavoro appena delineate l’Associazione organizza il Convegno di Lucca (1983), il cui obiettivo è ancora quello di «rilanciare un progetto complessivo per il riuso più maturo e soprattutto più articolato nei suoi versanti: meno “ideologico” rispetto al passato e tecnicamente più attendibile» (Gabrielli). A corollario si specifica che «cultura del riuso e cultura della conservazione sono tutt’uno: ma è necessario un “Codice” della conservazione che sia anche un codice del “progetto”» volto a verificare anche gli «esiti sociali dei processi di trasformazione».

Il “progetto della città esistente”, come lo definisce Cesare Macchi Cassia, non può che essere un progetto complessivo da costruire a partire da un’accurata ricognizione di quanto è stato già prodotto e costruito. A partire dalla lezione inesauribile che lo studio dei centri di antica formazione continua ad offrire (la “funzione didattica dei centri storici”), dall’analisi di quanto è stato realizzato in successione e in sovrapposizione, fino all’indagine minuziosa da compiere sui “pezzi”, sui manufatti, con la consapevolezza che l’oggetto di tale indagine è parte singolare e irripetibile di un insieme vasto, articolato, conflittuale, complesso come è un centro storico, com’è una città. Progettare il riuso è progettare la nuova città.

Il “ritorno a Bergamo” nel giugno 1986, a quindici anni dall’incontro che segnò ufficialmente l’inizio del “nuovo corso”, ha il sapore di una ricerca delle radici, alla riscoperta e alla verifica dei contenuti e degli obiettivi proposti di volta in volta dall’Associazione, dell’impatto e dell’incidenza da essi avuta nell’ambito dei processi reali. Il risultato dell’esperienza del recupero sta in quegli «impropri segmenti di progetto» (Gabrielli) nei quali è impossi­bile riconoscere un significato comune, in una pletora di interventi mal concertati, equivoci e snaturanti sul piano della qualità edilizia.

Un secondo incontro affronterà, nel sud, problemi e condizioni del recupero, cartina di tornasole, tra le altre, di una più che mai scottante “questione meridionale”.

L’ANCSA intitola il suo X Congresso Convegno nazionale Città esistente e città futura. Innovare il recupero; la relazione introduttiva disegna un approccio al tema urbano tale da affrontare in contemporanea le problematiche del recupero del patrimonio edificato e quelle della nuova costruzione, la ricerca di una consapevolezza nell’amministrare le risorse che intenda la costruzione del nuovo come essenziale forma di “qualificazione”, di arricchi­mento e come alternativa allo spreco, al degrado ambientale, estetico, al consumo dissennato del suolo, dunque come una forma di tutela.

Il recupero non può risolversi paradossalmente in distruzione a causa di un approccio sbrigativo e schematico; il recupero assume il significato di inizio di un processo di manutenzione, mentre nell’opera di riqualificazione si comprendono il restauro del patrimonio vincolato e il rinnovo radicale di quello giunto al termine del proprio ciclo (Valerio Di Battista).

Date queste premesse, l’ANCSA avanza una serie di proposte che si inquadrano in un’ottica meno settoriale che in passato, nell’ambito tematico della riqualificazione del territorio urbanizzato,  ribadendo  la volontà  di salvaguardia sociale e fisica dei centri storici e dei monumenti mediante  «l’attivazione di programmi operativi fondati su studi ineccepibili e fattibilità accertata» (Gabrielli).  In chiusura del Convegno intorno all’affascinante tema Valori della memoria e società post-industriale, coordinati da Antonino Terranova, hanno discusso studiosi ed esperti di varie discipline ed aree culturali (l’urbanistica, la progettazione, la storia dell’architettura, la produzione edilizia, la letteratura).

Nel Convegno straordinario tenuto a Palermo (29 giugno – 1 luglio 1989) dal titolo La riqualificazione della città meridionale: bilanci e prospettive è emersa la differenza tra città del sud e città del nord, evidenziata dal confronto tra i vari casi presentati, il cui contenuto si riverbera nelle relazioni introduttive. Più che mai sarebbe necessario operare nell’ambito di quella dimensione integrata del recupero nella quale ogni aspetto del problema e ogni strumento di intervento dovrebbe interagire con gli altri, a formare un insieme di programmi e progetti coerenti di natura sociale, economica, urbanistica, edilizia; luogo del loro coordinamento dovrebbe essere il “programma di riqualificazione urbana”, al quale demandare la riforma dello spazio pubblico, il recupero edilizio con funzioni prevalentemente residenziali, le nuove costruzioni di “ricucitura”, l’immissione di attività artigianali, commerciali e terziarie nella necessaria misura. Si invoca in questo modo, per la prima volta, la necessità di una mixité funzionale nel progetto della città contemporanea.

Un’azione emblematica potrebbe essere la demolizione di quanto è stato edificato nella Valle dei Templi di Agrigento, bilanciata dall’essenziale contropartita della contemporanea riqualificazione del centro storico. Si potrebbe dar luogo a «demolizioni mirate di piccola entità», di costo contenuto e utili alla restituzione di un’immagine urbana complessiva più consona al carattere della città storica. Un po’ quello che suggeriva Giovannoni a suo tempo con l’etichetta di “teoria del diradamento” tentandone l’applicazione alla città di pietra, sia pure con scarso successo. 

È indubbiamente difficile ambientare soluzioni così radicali nella realtà descritta da Teresa Cannarozzo, sintetizzata nell’immagine di grande ricchezza e complessità «il carattere labirintico della città meridionale», dove estrema bellezza e degrado rappresentano l’inscindibile prodotto di una medesima cultura e il significativo scenario dell’intrico di questioni di natura economica, sociale, politica quotidianamente all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese.

In questo ambito si collocano le iniziative di recupero, attuate e in corso, presentate al Convegno: i programmi elaborati per l’eccezionale contesto dei Sassi di Matera (Tommaso Giura Longo); il piano particolareggiato per l’isola di Ortigia a Siracusa fondato sul ridisegno dei percorsi pubblici e degli spazi di uso collettivo, nonché – e qui il diradamento è più che una suggestione – sull’eliminazione delle superfetazioni che intasano cortili e giardini e rendono eccessivamente compatto il tessuto edificato (Giuseppe Pagnano); i piani di recupero, eseguiti con finanziamento pubblico nella Taranto Vecchia per la riattivazione di 288 alloggi che tornano ad ospitare la popolazione che vi abitava in precedenza (Franco Blandino); gli interventi attuati nel centro storico di Palermo, dove la qualità delle opere eseguite dai privati è decisamente migliore rispetto a quella ottenuta dall’intervento di mano pubblica (Giuseppe Trombino).