Home 9 La storia e l’archivio 9 LA STORIA DELL’ANCSA 9 L’attività dell’ANCSA negli anni ’60: obiettivi e dimensioni della tutela

L’attività dell’ANCSA negli anni ’60: obiettivi e dimensioni della tutela

Uno degli obiettivi essenziali dell’Associazione negli anni ’60, in linea con il disegno e i reiterati tentativi di giungere all’appro­vazione della nuova Legge Urbanistica, è la formulazione di un testo di legge che inquadri e regolamenti a livello nazionale la salvaguardia e gli interventi nei centri storici, evitando il ricorso alle leggi speciali limitate a rari ed altrettanto speciali contesti.

Il “Progetto di legge per la tutela e il risanamento dei centri storico-artistici e ambientali” protagonista del Convegno ANCSA di Venezia (1962) è in questo senso antesignano delle disposizioni giuridiche e normative adottate in anni a noi più vicini.

Tra i capisaldi, ricordiamo che nel Progetto si demandava allo Stato il compito di provvedere in maggior misura possibile al finanziamento di interventi condotti da Comuni e da privati nei centri storici, oltre che di contribuire alle spese sostenute per lo studio e la progettazione dei piani esecutivi; va evidenziata inoltre l’obbligatorietà dell’intervento prevista per le unità di comparto. Come è noto, anche questo progetto è rimasto sulla carta e con esso le speranze di una risoluzione organica del problema.

Si scoprirà qualche anno dopo lo scempio avallato dal Comune di Agrigento – socio dell’ANCSA – sul proprio territorio. E anni dopo si darà spiegazione della scarsa incidenza delle proposte ANCSA presso i suoi interlocutori privilegiati: lo sviluppo edili­zio, fattore trainante dell’economia nei primi anni ’60; i margini di profitto che l’attività edilizia consente al capitale privato, e la grande quantità di manodopera che essa assorbe; una domanda di abitazioni inarrestabile e artificiosamente alimentata; il cittadino medio affascinato dal miraggio della casa in proprietà, nuova e con requisiti tecnologici soddisfacenti. Non è davvero poco.

L’insuccesso, sul versante urbanistico, dell’azione promossa in difesa dei centri storici motiva il ritorno della questione nell’ambito delle problematiche della «tutela e valorizzazione delle cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio», storicamente prerogativa delle Soprintendenze e del Ministero della Pubblica Istruzione. È l’avvio della vicenda relativa all’istituzione delle due Commissioni deputate a compiere l’opera di capillare ricognizione dei beni da assoggettare a tutela, preliminare alla redazione dell’ennesimo testo di legge.

Nasce in questo ambito la definizione “bene culturale”, che «costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà» mediante la quale la prima delle citate Commissioni, presieduta dall’on. Franceschini, proponeva il superamento della valutazione di carattere essenzialmente estetico, legato al riconoscimento del “valore artistico” degli insediamenti di antica formazione. L’ANCSA partecipa attivamente a questa fase del dibattito valutandone gli aspetti nell’ambito del Convegno di Perugia (1966).

Il naufragio del progetto per la nuova legge di tutela induce a un severo esame critico che investe contemporaneamente i processi in atto e i modi elusivi e sovrastrutturali secondo i quali la questione dei centri storici è stata posta. L’oggetto conclamato di tanti studi continua infatti ad essere vittima di manomissioni irreversibili, o, in alter­nativa, è condannato all’oblio desolante, in balia di un progressivo degrado da incuria.

La risposta allo «stato delle cose» da parte delI’ANCSA inizia a partire dal Convegno di Ascoli Piceno (1968)7. Al centro del dibattito il contributo autorevole di Massimo Severo Giannini e Domenico Rodella analizza i provvedimenti legislativi in vigore, compresi i più recenti – la Legge 765/67 e il D.M. 1444/68 – per evidenziare le indicazioni riguardanti i centri storici e fornire di esse un’interpretazione comparata che costituisca il sostegno giuridico di provvedimenti a breve termine.

Ma l’indicazione più interessante emersa riguarda l’esordio di un tema destinato ad avere ampia risonanza negli anni successivi: l’edilizia popolare nei centri storici, ovvero, come coniugare con successo, almeno sulla carta, due dei problemi più scottanti del Paese. Bruno Gabrielli, cui va il merito di aver posto chiaramente i termini del problema, ritiene gli obiettivi della conservazione dei centri storici e del soddisfacimento della domanda di abitazioni economiche largamente compatibili: destinare parte delle risorse finanziarie al risanamento piuttosto che alla costruzione di nuove abitazioni permetterebbe alla popolazione a basso reddito di continuare a vivere nei centri storici e consentirebbe ad un tempo di arrestare l’obsolescenza e di conservare l’equilibrio sociale.

Con Ascoli Piceno si chiude la prima fase di vita delI’Associazione.